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Lingua e Dialetto: qual è la differenza?



Proprio Bergamo, la città dei mille di Garibaldi, ha voluto adottare una segnaletica in dialetto a distinguere la città, quasi come a piantare la bandiera di una realtà separata. Questo ci permette di avere un’idea di come si trova oggi in Italia la questione dialettale.


mappa dei dialetti italiani - i colori rappresentano gruppi di dialetti


Formazione dei dialetti: i dialetti italiani sono infatti dialetti del latino, di cui il toscano è uno fra i diversi (ma quello che è rimasto più vicino al latino). Quando i romani conquistarono la penisola e la unificarono per la prima volta, il latino, oltre ad essere impiegato nell’amministrazione pubblica, si affermò gradualmente come lingua parlata. I popoli italici conquistati impararono il latino per diversi cammini, mescolando anche elementi delle loro lingue originarie.




Finito l’Impero Romano, con le invasioni barbariche e le guerre feudali, il latino subì un processo di rottura e frammentazione causato dall’influsso delle lingue dei germanici sul latino e dall’isolamento delle città murate, con l’interruzione delle comunicazioni e la fine di un governo unificato (una variazione, fin qui, involontaria). Poi già nel Medioevo le città, anche per confondere i vicini nemici, cambiavano gradualmente modi di dire e parole per non farsi capire da “forestieri” (qui una variazione intenzionale). Questa è una pratica molto usata ancora oggi quando persone locali non vogliono che uno “strano” capisca una conversazione, specie se si tratta di soldi o faccende private, passando dalla lingua al dialetto anche nella sua presenza.


Italia nel 1000 (sinistra) e nel 1300 (destra)

Dopo l’Unità d’Italia negli anni 1800, il dialetto era identificato come una lingua domestica quotidiana di una realtà contadina. L’italiano come si parla oggi si era diffuso gradualmente nelle città già verso il 1600, come definito dallo storico Lorenzo Tomasin “volgare cittadino”, che si usava nel parlato insieme al dialetto, mentre nello scritto si usava soprattutto l’italiano. Invece nelle zone rurali, che rimanevano isolate, si parlava esclusivamente dialetto.

Quindi, in passato il dialetto era il segno di una realtà umile di gente che per fattori socioeconomici viveva isolata e priva d’istruzione. Oggi invece molti invocano il suo carattere “artistico”, visto che si è trasformato nel diletto di pretesi “intellettuali” in polemica con la “cultura ufficiale”, oppure da politicanti che vogliono sfruttarli in chiave politica per movimenti separatisti. Il dialetto, esprimendo una realtà soprattutto domestica, viene definito da essi come la “lingua madre” che esprime i sentimenti intimi e la convivenza familiare, mentre l’italiano sarebbe la lingua “matrigna” o il “padre padrone”, insegnato da professori “malvaggi” e impiegato da un apparato burocratico “oppressore”.

simboli di alcuni dei movimenti separatisti sorti in Italia tra gli anni 90 e il presente


L’Italiano è “solo un dialetto che ce l’ha fatta”? Mah, ogni lingua è un dialetto che ce l’ha fatta. Come alcuni si divertono a dire: “una lingua è un dialetto che ha trovato un esercito e una marina”. In molti Paesi europei infatti la lingua nazionale era la lingua di corte, imposta dal re a tutti i suoi sudditi in tutte le regioni del suo regno. Tuttavia l’Italia, come abbiamo già visto, sarà il Paese che meno corrisponde a questa affermazione: il toscano si è affermato come modello nazionale senza contare con il sostegno delle armi, visto che era già impiegato da tutti gli stati preunitari e che non fu la Toscana, ma il Piemonte a unificare il Paese (e il grado di coinvolgimento sovraregionale all’unificazione italiana sarà stato molto più alto di qualsiasi altra realtà europea).


I dialetti esistono solo in Italia? Assolutamente no! Basti vedere la cartina dei dialetti di altri Paesi e vedrai che tutti i Paesi europei hanno diversi dialetti. Tuttavia sembra che solo in Italia si faccia tanto chiasso per la questione dialettale. Qualsiasi Paese che avrà una certa estensione territoriale presenta differenze nel suo parlato, anche quando la lingua scritta conserva una sua unità. Nel Medioevo, gradualmente queste varietà parlate influirono anche sulla lingua scritta, e così nacquero i dialetti, finché un governo centrale forte stabilisse una norma unica per la lingua.

mappe dei dialetti inglesi (sinistra), tedeschi (centro) e francesi (destra)


Persino in America questo fenomeno è visibile, con diversi accenti regionali che sono il germe di dialetti. E parliamo di Paesi linguisticamente molto più “giovani” comparati alle loro ex metropoli europee.

mappe degli accenti regionali / dialetti statutinensi (sinistra) e brasiliani (destra)

Anche nell’America ispanica, dove lo spagnolo presenta uniformità scritta da considerare invidiabile, sono già osservabili nel parlato diverse varietà regionali all’interno di ogni Paese:


mappa delle varietà regionali del castigliano in Argentina (sinistra) e Colombia (destra)


È necessario imparare un dialetto? Non infatti. In Italia, dagli anni ’30 - ’40 in poi, tutti hanno imparato l’italiano nazionale. Ma se ne vuoi imparare qualcuno (dei tantissimi) ci sono tantissimi siti, ma non sorprenderti se ognuno mostra una forma, perché dialetto cambia almeno un po’ ad ogni provincia o città, e forse troverai più di una forma presentata da ogni professore. Questo anche perché il dialetto non presenta un codice fisso e stabile, essendo molto più suscettibile a variazioni nel tempo e nel territorio di quanto sarà una lingua nazionale.


Dialetto è una lingua regionale? Non esattamente. Anche se molti vogliono “spacciare” questo termine per ragioni politiche, molte Regioni non presentano un dialetto uniforme: le differenze si fanno sentire da provincia a provincia e a volte anche all’interno della stessa provincia. Persino in Toscana, dove è nato l’italiano ufficiale, tra Massa e Carrara, storiche rivali, ognuna ha un suo dialetto, anche se oggi sono separate da una semplice strada.

Anche per questa ragione imporre un dialetto come lingua di un’intera Regione è una forzatura. Vediamone due esempi, uno al nord e altro al sud: Lombardia e Calabria. In Lombardia c’è una chiara distinzione tra i dialetti occidentali (il milanese, o il “vero lombardo” come pretendono i separatisti), quelli orientali più affini al veneto, e quelli alpini. Nella Provincia di Mantova invece il dialetto nemmeno sarebbe da definirsi lombardo, poiché appartiene ai dialetti emiliani. Anche in Calabria, la maggior parte della regione parla un dialetto affine al siciliano, ma il nord parla invece un dialetto più affine al napoletano.


mappa dei dialetti in Lombardia (sinistra) e Calabria (destra)


Poi inoltre, certamente conta molto il peso politico. Voler introdurre il dialetto a scuola (quando lo stesso dialetto nemmeno è adottato da tutti in una stessa Regione), nella pubblica amministrazione e nella segnaletica stradale, è come voler creare uno Stato dentro dello Stato. Ma è anche un passo indietro storicamente, visto che anche gli stati preunitari, da molto prima dell'unificazione, avevano adottato il “toscano” per farsi capire anche ai “forestieri” di altre parti d’Italia.


Torniamo da Dante: Anche per sanare la questione "lingua x dialetto" il padre della lingua mostra il cammino a una coesistenza senza polemiche. Già nel 1305, Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia enunciava i requisiti di come la lingua italiana doveva presentarsi:

1- cardinale: potendo essere usato da tutti gli abitanti di un Paese e servendo da cardine a tutti i volgari (cioè, dialetti) del Paese. Il processo d’italianizzazione di questi dialetti, partito già verso il 1400 e acceleratosi nel Ventesimo secolo, è la prova che il toscano serve assai bene a questo requisito, visto che era il dialetto rimasto più prossimo al latino, quindi il più comprensibile e comune a tutti gli italiani.

2- aulico e 3- curiale: impiegato nella "corte" (potere centrale) e nella "curia" (pubblica amministrazione), anche per farsi capire da tutti, non solo nella propria città o provincia. E come affermava Tullio De Mauro, è normalissimo che nella seduta di un consiglio comunale si parli dialetto ma si scriva il verbale, istintivamente, in italiano.

4- illustre: impiegato dagli uomini di cultura e scienza. Beh, oltre alle grandi opere letterarie, con la lunga tradizione di scienziati, giuristi, filosofi e uomini di cultura in tutte le aree del sapere che l’italiano può contare negli ultimi 800 anni, questo requisito sembra più che soddisfatto. Oggi il dialetto è una lingua soprattutto letteraria e poetica. Ma se un intellettuale vorrà scrivere un trattato scientifico, filosofico o giuridico in dialetto, nulla osta…

Tutto sommato, sembra che se il dialetto possa essere rispettato nella sua sfera privata senza che gli venga negato un valore sociale, molto meno questo valore dovrà essere negato all’italiano per il suo ruolo altrettanto (o ancora più) importante a livello storico, sociale e intellettuale. La battaglia contro l’italiano mossa da cecità culturale (o furbizia politica) è come voler abbattere un patrimonio storico-artistico del Paese, forse il più importante.

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