Stilnovista. L'Italiano e le leggi
- augustonegrini

- 2 giu
- Tempo di lettura: 7 min

C'è un punto di ritrovo nella lingua italiana dove la letteratura e la storia si fondono in un abbraccio armonioso. Una storia che spesso resta confinata tra le polverose pareti degli archivi di Stato, ma che in realtà pulsa di vita e di passione: la nascita dell'italiano non solo come lingua dei poeti, ma come lingua del potere, delle leggi e del dialogo tra i popoli.
Hai toccato punti meravigliosi! Preparati, perché oggi viaggeremo tra cancellerie, corti sfarzose e campi di battaglia, scoprendo come l'italiano sia diventato "grande" ben prima che i cannoni del Risorgimento iniziassero a tuonare.
L'Italiano: Una Lingua Nata "In Giacca e Cravatta"
Quando pensiamo alla nascita dell'italiano, la mente corre subito a Dante che sospira per Beatrice o a Petrarca che piange tra le rime del suo Canzoniere. Bellissimo, per carità! Ma c'è un'altra verità, forse meno romantica ma altrettanto affascinante: l'italiano è diventato tale perché serviva a capirsi quando c'erano di mezzo i soldi, le terre e la giustizia.
Dimenticate l'idea di un'unificazione linguistica calata dall'alto nel 1861. L'italiano ha conquistato la penisola con la forza della sua eleganza e della sua praticità secoli prima. È stata una conquista "gentile", fatta di documenti notarili e dispacci diplomatici.
Il Primo Vagito: Il Placito Capuano
Se vogliamo essere precisi, il primo "certificato di nascita" del volgare non è una poesia d'amore, ma una sentenza giudiziaria del 960 d.C. Immaginate la scena: un giudice a Capua deve decidere a chi appartengano delle terre. I testimoni non sanno il latino delle alte sfere, e allora il notaio scrive: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Ecco la scintilla! La legge sente il bisogno di farsi capire dal popolo.
La Culla della Lingua Illustre: Federico II e i "Notai Poeti"
Non possiamo dimenticare che, prima ancora che la Toscana prendesse il testimone, il cuore pulsante della lingua italiana batteva in Sicilia, alla corte di un sovrano straordinario: Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi. Immaginate una corte cosmopolita dove si parlavano latino, greco, arabo e tedesco, ma dove il Re ebbe un'intuizione geniale: creare una letteratura in un volgare "aulico" e "illustre", che potesse competere con il prestigio del francese e del provenzale.
Ma chi erano questi primi poeti? Ecco la curiosità che vi stupirà: non erano letterati di professione, ma funzionari dello Stato, magistrati e notai! Personaggi come Giacomo da Lentini (il "Notaro" per eccellenza, a cui dobbiamo l'invenzione del sonetto) e Stefano Protonotaro erano gli stessi uomini che redigevano gli atti pubblici, le leggi e le sentenze del Regno.
Questi "notai-poeti" portarono nel volgare siciliano la precisione, la logica e l'eleganza del diritto. Quando scrivevano d'amore, lo facevano con la stessa cura con cui avrebbero steso un documento ufficiale della Magna Curia. È grazie a loro che il volgare italiano ha imparato a "stare al mondo", elevandosi da dialetto locale a lingua raffinata. Sebbene i loro testi siano poi stati "toscanizzati" dai copisti successivi, il seme della nostra lingua è stato piantato proprio lì, tra un sigillo notarile e un verso d'amore, sotto il sole della Sicilia.
Dante Alighieri: Il Diplomatico che Sognava una Lingua Unita
Dante non era solo il "Ghibellin fuggiasco" o il teologo della Commedia. Era un uomo d'azione, un politico che ha vissuto sulla propria pelle la frammentarietà dell'Italia. Come ci hai giustamente ricordato, la sua esperienza diplomatica fu fondamentale. Come direbbe nel Convivio “Onde con ciò sia cosa che, come detto è di sopra, io mi sia quasi a tutti li Italici appresentato” (Convivio I, IV, 13)
Nel suo Convivio, Dante compie un atto rivoluzionario: decide di scrivere un trattato dottrinale in volgare invece che in latino. Perché? Perché voleva nutrire (da qui il titolo "Convivio", ovvero banchetto) coloro che, pur avendo animo nobile, non avevano potuto studiare il latino a causa degli impegni civili e politici. Dante capisce che il volgare toscano ha una marcia in più: è musicale, ma può essere anche preciso e rigoroso.
Attraverso le sue lettere alle autorità e i suoi viaggi come ambasciatore, Dante sperimenta la necessità di una lingua che superi i confini dei singoli comuni. Lui cercava la "Pantera" (come scrive nel De Vulgari Eloquentia), quella lingua illustre che profuma in ogni città ma non abita in nessuna. E dove l'ha trovata? Proprio nell'uso colto delle corti e dei palazzi. Come direbbe lo stesso Dante nel De Vulgari Eloquentia, l'idioma di tutti gli italici dovrebbe essere aulico e curiale: cioè impiegato nella "corte" (potere centrale) e nella "curia" (pubblica amministrazione).
La Rivoluzione dei Comuni Toscani: Leggi per Tutti!
Spostiamoci nel Trecento. A Siena, nel 1309, e a Firenze, nel 1355, accade qualcosa di incredibile. I governanti dicono: "Basta con questo latino che capiscono in tre! I cittadini devono sapere quali sono i loro doveri".
Così, le leggi vengono "volgarizzate". Non è solo una questione di comodità; è una questione di democrazia ante litteram. Se un mercante o un artigiano può leggere lo statuto della sua città in una lingua che somiglia a quella che parla in bottega, allora quel cittadino è più libero. Il volgare toscano inizia a darsi un tono, a strutturarsi, a diventare la lingua della legalità.
Il Cinquecento: Quando il Toscano Indossa la Corona
Il XVI secolo è il momento della svolta definitiva. Qui la lingua delle leggi smette di essere un affare locale e diventa un fenomeno nazionale, anzi, europeo!
1515: Papa Leone X e lo Stile dei Medici
A Roma arriva un Papa che porta con sé il profumo di Firenze: Leone X (Giovanni de' Medici). Sotto il suo pontificato, la cancelleria pontificia inizia a dare un peso enorme alla lingua volgare. Non è un caso: i Medici sapevano che la lingua è potere. Usare il fiorentino per la corrispondenza diplomatica significava esportare il prestigio culturale di Firenze in tutto il mondo allora conosciuto.
1535: Carlo V e lo stupore di Roma
Un aneddoto delizioso che amo raccontare ai miei studenti riguarda l'imperatore Carlo V. Signore di molti popoli, si dice che il sovrano spagnolo affermasse: "Parlo spagnolo a Dio, italiano alle donne, francese agli uomini e tedesco al mio cavallo". Ma al di lá delle chiacchiere, nel 1535, a Palermo, il discorso di Carlo V alla corte per la sua incoronazione fu realizzato in “Lingua toscana”, resa necessaria per la semplificazione richiesta dalla cancelleria imperiale. Da allora la Sicilia “amministrativa” volse rapidamente verso l’italiano. Da allora in poi, nei rapporti con gli stati italiani, lo stesso imperatore e i suoi uffici riconoscevano al toscano una dignità pari alle grandi lingue imperiali. L'italiano era diventato la lingua della diplomazia mediterranea.
1554: Napoli e il Cardinale Seripando
Scendiamo a Napoli. Spesso si pensa che l'italiano al Sud sia arrivato tardi, ma non è così! Nel 1554, il cardinale Girolamo Seripando, una figura di un'intelligenza finissima, decide che il carteggio diplomatico del Regno di Napoli deve essere redatto in toscano. Perché? Perché il toscano era ormai la "lingua franca" delle persone colte. Era la lingua che permetteva a un napoletano di farsi capire perfettamente da un milanese o da un veneziano senza ricorrere al latino. Il processo andrà avanti da lì in poi, e quando Napoli e la Sicilia si fonderanno nel Regno delle Due Sicilie, nel 1819, i codici di leggi erano già scritti in una lingua italiana esemplare.
1561: L'Editto di Rivoli e il Genio di Emanuele Filiberto
Questo è un momento che mi fa sempre battere il cuore! Siamo in Piemonte. Il Duca Emanuele Filiberto di Savoia, un uomo che vedeva molto lontano, emana l'Editto di Rivoli. Con questo documento, stabilisce che nei tribunali e negli uffici pubblici non si debba più usare il latino, ma il volgare (italiano nei territori al di qua delle Alpi, francese in quelli al di là).
Pensateci: 300 anni prima dell'Unità d'Italia, il Piemonte sceglieva ufficialmente il toscano come lingua dello Stato! Questo dimostra che l'italiano non era un'imposizione dei "vincitori"
del 1861, ma una scelta d'amore e di prestigio fatta secoli prima dalla dinastia che avrebbe poi guidato il Risorgimento.
La Forza della Tradizione: Venezia
Anche gli altri grandi Stati non restano a guardare. La Repubblica di Venezia, gelosissima della sua autonomia, si avvicinava gradualmente al volgare Toscano anche per forza dell'opera di un suo figlio illustre: Pietro Bembo, che fissò il modello di Boccaccio e Petrarca nelle sue Prose della Volgar Lingua del 1525. Così come della sua industria della stampa, che aveva il suo esempio migliore nella tipografia di Aldo Manuzio, il primo grande editore del mondo. E quindi, già nel 1786 Venezia redigeva il suo Codice per la Marina Mercantile in un italiano limpido e moderno.
Tutto questo ci insegna una lezione fondamentale: l'Italia è esistita come comunità linguistica e culturale molto prima di esistere come entità politica. I burocrati, i magistrati, i diplomatici e i sovrani avevano capito che il toscano era l'unico strumento capace di unire una penisola divisa in mille staterelli.
Perché il Toscano ha vinto?
Spesso mi chiedono: "Prof, ma perché proprio il toscano e non il veneziano o il napoletano, che erano lingue di regni potentissimi?".
La risposta è semplice e gioiosa: per la sua bellezza e per la sua "mediazione". Il toscano, grazie a Dante, Petrarca e Boccaccio, aveva una struttura grammaticale solida ma flessibile. Era una lingua che "suonava bene" ma che sapeva essere anche tagliente come la spada di un cavaliere e precisa come il bilancino di un mercante.
Come scrisse Cristoforo Landino nel 1489, traducendo le gesta di Francesco Sforza per il duca di Milano: la lingua fiorentina è ormai «comune a tutte le genti italiche». Non era più la lingua di Firenze, era la lingua dell'Italia.
Conclusione: Un'Eredità da Celebrare
Cari amici del blog, spero che questo viaggio tra le leggi e i documenti vi abbia fatto guardare alla nostra lingua con occhi nuovi. L'italiano non è solo la lingua dei sentimenti, ma è la lingua della nostra libertà civile. È la lingua che ha permesso a popoli diversi di sentirsi parte di un unico grande destino.
Non è stata un'imposizione, ma un'adesione spontanea alla bellezza e alla chiarezza. Quando leggete una legge oggi, ricordatevi che dietro quella prosa (a volte un po' complicata, ammettiamolo!) ci sono secoli di diplomazia, di sogni e di visione politica.
Cosa ne pensate, cari lettori? Vi affascina l'idea che l'italiano sia stato scelto dai regnanti ben prima dell'Unità? E c'è un periodo storico o un autore diplomatico (magari proprio il Machiavelli, un altro grande toscano in missione!) di cui vorreste approfondire le avventure linguistiche?
Scrivetelo nei commenti, e ricordate: la cultura è il banchetto più ricco che ci sia, e voi siete tutti invitati d'onore!









































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