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Patrie Storie: la rivolta di Gerace

2 set
Tempo di lettura: 8 min

Benvenuti a Patrie Storie! Oggi faremo un viaggio straordinario e struggente, lungo le strade polverose e le vette impervie di una terra magnifica, fiera e troppo spesso dimenticata dalle grandi sintesi scolastiche: la Calabria del Risorgimento.

Nella storiografia ufficiale siamo abituati a pensare al Risorgimento come a un processo concentrato nelle grandi capitali del Nord o nei salotti torinesi. Ma la verità, la pulsante e sanguigna verità storica, ci racconta un'altra vicenda. La Calabria è stata una fucina instancabile di spiriti ribelli, un territorio perennemente in fermento dove l'ideale di un'Italia unita, libera e repubblicana ha attecchito con una forza devastante.

Nonostante la tirannia borbonica rispondesse a ogni sussulto con una repressione brutale e spietata, i patrioti calabresi non si sono mai arresi. La loro caratteristica non fu quella di condurre guerre di trincea a lungo termine, bensì di far divampare fiammate improvvise, rivolte brevi ma ravvicinate, intense e ripetute. Un segnale inequivocabile di un tessuto sociale capillarmente legato alla causa della libertà.


Le Radici della Protesta: I Precedenti di Cosenza e il Sacrificio dei Bandiera

Per comprendere l'epopea del settembre 1847 a Gerace, dobbiamo riavvolgere il nastro del tempo e guardare a ciò che accadde pochi anni prima. Il fuoco covava sotto la cenere ben prima della celebre "primavera dei popoli" del 1848. Già nel 1843, la Calabria si impose come avanguardia della rivoluzione antiborbonica. Il 27 ottobre di quell'anno, la città di Cosenza divenne il teatro di un'insurrezione audace, soffocata però nel giro di pochissimo tempo dall'apparato militare di re Ferdinando II.

Ma l'ardore non si spegneva con le catene. Meno di sei mesi dopo, il 15 marzo 1844, Cosenza insorse nuovamente. Anche questo secondo tentativo andò incontro a un destino tragico, stroncato da una violenta ondata repressiva. Fu proprio l'eco di questa seconda ribellione ad attirare in Calabria due figure destinate a entrare nel mito del martirologio italiano: i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera.

I fratelli Bandiera, giovani veneziani e ufficiali della marina austriaca, avevano disertato quella bandiera straniera per abbracciare la fede mazziniana della Giovine Italia. Convinti che la Calabria fosse ormai interamente in fiamme e pronta a seguire chiunque avesse brandito il tricolore, i Bandiera partirono da Corfù insieme ad altri venti compagni. Sbarcarono sulle coste calabresi il 16 giugno 1844, ignorando che la rivolta di Cosenza era già stata brutalmente sedata settimane prima. Traditi e isolati, il loro destino fu segnato: il 23 giugno vennero catturati e rinchiusi nel castello di Cosenza. Il 25 luglio 1844, affrontarono il plotone d'esecuzione gridando "Viva l'Italia!". Il loro sangue bagnò la terra calabra, non come un fallimento, ma come un seme fecondo che avrebbe dato i suoi frutti tre anni più tardi.


La Scintilla dell'Aspromonte: I Fratelli Romeo

Arriviamo così al fatidico 1847. Il malcontento contro il governo borbonico era ormai giunto al punto di ebollizione. Questa volta, il cuore della cospirazione non batteva nei centri urbani della Calabria Citra, ma tra le montagne aspre e boscose della Calabria Ultra, e precisamente a Santo Stefano in Aspromonte. È qui che incontriamo una famiglia straordinaria di patrioti: i Romeo. Il nucleo della rivolta era guidato da Domenico, Giannandrea, Pietro Aristeo e Stefano Romeo, tutti figli del vecchio e indomito patriota Giannandrea Romeo.

I Romeo compresero che l'unico modo per far riuscire un'insurrezione era coordinare i moti in diverse aree del Sud Italia, in particolare collegando la Calabria alla Sicilia e alla Basilicata. Il piano originario prevedeva una sollevazione simultanea. Il 29 agosto 1847, la piazza centrale di Santo Stefano in Aspromonte si riempì di volti tesi e determinati. I fratelli Romeo fecero il grande passo: innalzarono la bandiera tricolore e proclamarono la rivolta aperta contro la corona dei Borbone. L'Aspromonte, con le sue foreste impenetrabili, non era più solo un rifugio, ma la roccaforte della libertà italiana.


L'Onda si Diffonde: Reggio e la Marcia di Michele Bello

Il piano strategico sembrò inizialmente funzionare. Il 1° settembre, dall'altro lato dello Stretto, anche Messina insorse. Purtroppo per i siciliani, la reazione borbonica fu immediata e implacabile, schiacciando i rivoltosi messinesi nel giro di ventiquattr'ore. Ma la scintilla oltre lo Stretto non spense l'entusiasmo calabrese.

Il giorno successivo, il 2 settembre 1847, la rivolta travolse Reggio Calabria. I soldati regi furono presi alla sprovvista, e i patrioti riuscirono a insediare in città un governo provvisorio.

Da quel momento, l'azione si spostò sulla costa ionica. Un gruppo di giovani idealisti, guidati dal carismatico Michele Bello di Siderno, decise che non si poteva attendere passivamente la reazione del Re.

Salpati a bordo di un'imbarcazione da Reggio, compirono un'azione audace: nei pressi di Capo Spartivento intercettarono e catturarono una nave doganale borbonica. Con questa preda bellica, sbarcarono trionfalmente a Bianco, dove si ricongiunsero con un contingente di patrioti provenienti da Sant'Agata.

"L'entusiasmo era indescrivibile. I giovani strappavano dagli uffici pubblici gli emblemi reali con i gigli borbonici, facendoli a pezzi tra le grida della folla. I registri della polizia, simboli di oppressione e di spionaggio, vennero ammassati nelle piazze e dati alle fiamme, mentre i cittadini offrivano spontaneamente denaro e provviste per sostenere l'esercito della libertà."


Il Manifesto di Bovalino e l'Amministrazione della Libertà

La colonna dei ribelli avanzava raccogliendo forze. Le tappe successive furono Caraffa e Bovalino. Qui, le forze di Michele Bello si unirono a quelle guidate da un altro nobile spirito, Gaetano Ruffo, che operava insieme a Giuseppe Lenini e Filippo Calfapietra. La rivolta non era solo un atto di forza militare, ma un tentativo di instaurare un nuovo ordine sociale più giusto.

Il 4 settembre, a Bovalino, i capi della rivolta compirono un atto politico di fondamentale importanza: pubblicarono un manifesto rivoluzionario. Non si parlava solo di astratti ideali di libertà, ma si incideva profondamente sulla carne viva dei bisogni del popolo. Il manifesto decretò l'immediata riduzione delle odiate tasse sul sale e sul tabacco, l'abolizione di dazi opprimenti e, con un tocco di profonda umanità ed empatia per le classi più povere, venne abolito il divieto di raccogliere l'acqua marina, che all'epoca veniva utilizzata dalla povera gente come rimedio terapeutico empirico. La rivoluzione dimostrava così il suo volto popolare.

Sempre il 4 settembre, i patrioti misero a segno un colpo psicologico straordinario: catturarono Antonio Bonafede, il comandante del distretto di Gerace. Quest'uomo non era un funzionario qualunque. Nel 1844, era stato il comandante del distretto di Crotone e il principale responsabile della cattura e della successiva condanna a morte dei fratelli Bandiera. La folla, riconoscendolo, gridava vendetta, e lo spettro del linciaggio aleggiava nell'aria. Fu solo grazie all'intervento fermo, nobile e generoso di Michele Bello e Gaetano Ruffo che la vita di Bonafede fu salvata. I patrioti risorgimentali volevano la giustizia, non la ferocia della plebe.


L'Impossibile Presa di Gerace e il Tragico Epilogo

Il 5 settembre la colonna patriottica raggiunse Siderno, dove l'organico crebbe ancora grazie all'arrivo di cinquanta uomini d'azione provenienti da Roccella Ionica, guidati dal giovane Pietro Mazzoni. Il piano prevedeva ora di marciare su Gerace, il centro amministrativo della zona. Ma il 6 settembre, i leader dovettero scontrarsi con una dura e amara realtà: la popolazione di Gerace, controllata dal clero conservatore e dai grandi latifondisti, si mostrava fredda, se non apertamente ostile alla rivolta, preferendo la sicurezza della sottomissione ai Borbone.

Comprendendo l'impossibilità di espugnare la cittadina senza provocare un inutile bagno di sangue fratricida, i rivoltosi decisero di ripiegare verso Roccella Ionica. Lì, stanchi e consapevoli del cerchio che si stringeva intorno a loro, stabilirono il proprio quartier generale nella casa del padre di Pietro Mazzoni. La macchina da guerra borbonica si era infatti messa in moto con spaventosa rapidità. Già il 4 settembre, le truppe regie guidate dal generale Nunziante, provenienti da Monteleone (l'odierna Vibo Valentia), avevano rioccupato Reggio Calabria, costringendo il governo provvisorio alla fuga.

Il 6 settembre, anche l'illusione di Roccella svanì. I patrioti dovettero disperdersi, cercando rifugio tra le gole impervie e le montagne nei pressi di Caulonia. Cominciò una caccia all'uomo spietata. Il 15 settembre, Michele Bello e altri compagni vennero catturati, traditi dalla stessa guida che avrebbe dovuto portarli in salvo, un tale Nicola Ciccarello. Pochi giorni dopo, il 21 e 22 settembre, anche Gaetano Ruffo e Pietro Mazzoni caddero nelle mani del nemico a Catanzaro, dopo che un parente di Mazzoni, accecato dal terrore della vendetta regia, si era rifiutato di offrire loro il denaro necessario per imbarcarsi verso l'esilio.


Il Martirio di Gerace e la Fossa della Lupa

La vendetta di Ferdinando II fu esemplare e priva di misericordia. Domenico Romeo, uno dei grandi motori dell'iniziativa in Aspromonte, venne intercettato e barbaramente assassinato sul posto dai soldati borbonici. Per gli altri capi catturati, fu allestita una farsa giudiziaria a Gerace. A presiedere la corte militare fu chiamato Francesco Rossaroll. Per un tragico paradosso della storia, quest'uomo era il fratello del grande patriota Giuseppe Rosaroll (che era morto combattendo per la libertà in Grecia) e zio di Cesare Rosaroll; eppure, Francesco aveva scelto la fedeltà cieca al tiranno di Napoli.

Il verdetto era già scritto: condanna a morte per alto tradimento tramite fucilazione. Il 2 ottobre 1847, nei pressi del convento dei Cappuccini di Gerace, cinque giovani vite vennero spezzate dalle pallottole borboniche: Michele Bello, Pietro Mazzoni, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori e Rocco Verduci. Per sfregio supremo, e per evitare che le loro tombe diventassero meta di pellegrinaggio per altri ribelli, i corpi dei cinque martiri vennero gettati dai soldati in una fetida fossa comune, un calaio infame che la gente del posto chiamava drammaticamente "la Lupa".

La storia dei Cinque Martiri di Gerace, tuttavia, non finisce con la terra gettata in quella fossa. L'anno successivo, il 1848, l'Europa intera fu travolta dalla primavera dei popoli. Lo stesso re Ferdinando II, stretto d'assedio dalle rivolte a Napoli e in Sicilia, fu costretto a concedere una Costituzione. Durante quel breve e luminoso intermezzo costituzionale, due patrioti, Gaetano Fragomeni e i fratelli Del Balzo, si recarono alla fossa della Lupa, riesumarono con devozione i corpi dei cinque martiri e li trasferirono nel cimitero di Gerace per dare loro una sepoltura degna e restituirli al pianto delle famiglie.

Ma fu un'illusione passeggera. Non appena il vento della reazione tornò a soffiare forte, Ferdinando II rinnegò il giuramento, abrogò la Costituzione con la forza delle armi e scatenò nuovamente il terrore. Un colonnello svizzero al servizio dei Borbone, tale Flugy, arrivò a Gerace con ordini precisi: ordinò che i miseri resti dei cinque eroi venissero dissotterrati dal cimitero e gettati nuovamente nella fossa comune della Lupa.

Gaetano Fragomeni, colpevole di aver onorato quei corpi, venne arrestato e condannato per "violazione di tumuli". Una meschinità che dimostrava tutta la paura che il potere regio aveva, non solo dei vivi, ma persino dei morti.


L'Eredità Storica: Dalle Cinque Giornate all'Unità d'Italia

La rivolta di Gerace del 1847, apparentemente fallita, fu in realtà uno dei pilastri emotivi e politici su cui si edificò il Risorgimento italiano. Quando nel marzo del 1848 Milano insorse contro gli austriaci nelle celeberrime *Cinque Giornate*, i giovani milanesi che combattevano sulle barricate indossavano con orgoglio il "cappello alla calabrese". Era un omaggio esplicito, un simbolo di fratellanza e di ammirazione per quei ragazzi che l'anno prima avevano versato il loro sangue a Gerace e sulle montagne dell'Aspromonte.

La Calabria non smise di lottare. Quando Ferdinando II tradì le promesse, i calabresi insorsero di nuovo, stringendo un patto di ferro con i ribelli siciliani. Il filo rosso della storia, cari amici, giunge fino al memorabile 7 novembre 1860. Quel giorno, Vittorio Emanuele II faceva il suo ingresso trionfale a Napoli, liberata dal giogo borbonico, camminando a fianco dell'eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi. Nella scorta d'onore che accompagnava il sovrano e il generale, vi era un uomo anziano, fiero, con gli occhi lucidi di commozione: era il vecchio Giannandrea Romeo, sopravvissuto a decenni di esilio, cospirazioni e lutti. E mentre il corteo avanzava, sul balcone dell'ex palazzo reale borbonico, una giovane donna faceva sventolare con energia il tricolore d'Italia: era sua figlia, Elisabetta Romeo. Il sogno dei Cinque Martiri di Gerace era finalmente diventato realtà.


LA MEMORIA VIVA

Il 7 giugno 1931, nel luogo esatto in cui i cinque giovani vennero passati per le armi a Gerace, venne eretto un monumento perenne, affinché nessuno dimenticasse il prezzo della nostra libertà. Sulla pietra sono scolpite parole che risuonano come un monito per le generazioni presenti e future:


« RIPETANO I SECOLI CHE QUI VENNERO FUCILATI IL 2 OTTOBRE 1847:

  • SALVADORI DOMENICO DA BIANCONOVO

  • MAZZONE PIETRO DA ROCCELLA JONICA

  • BELLO MICHELE DA SIDERNO

  • RUFFO GAETANO DA BOVALINO

  • VERDUCI ROCCO DA CARAFFA

PRECURSORI DI LIBERTÀ. ANNO 1931 »


Cosa ti colpisce di più dell'idealismo di questi giovani? Trovi che il loro sacrificio, sebbene apparentemente fallito nell'immediato, sia stato fondamentale per creare una coscienza nazionale capace di unire idealmente il Nord e il Sud della Penisola (come dimostra il simbolo del cappello alla calabrese sulle barricate di Milano)?

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