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Patrie Storie: l'inno di Mameli

4 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

Parlare del 10 settembre 1847 significa immergersi nel cuore pulsante del Risorgimento, quando un manipolo di giovani sognatori e poeti decise che l'Italia non doveva essere più soltanto, per dirla con Metternich, una "espressione geografica", ma un popolo unico.


Il Canto del Destino: Come il 10 Settembre 1847 Nacque l'Inno che Scosse l'Italia

Ci sono giorni in cui la storia non si limita a scorrere, ma decide di correre, di accendersi. Giorni in cui la penna di un ragazzo di vent'anni può fare più rumore di un intero reggimento di artiglieria. Quel giorno, per l'Italia, fu il 10 settembre 1847.

Immaginate una stanza immersa nel silenzio, a Genova. Fuori, i caruggi vibrano di un'energia nuova, un sussurro che sa di rivolta e di libertà. Dentro, un giovane studente dai capelli scompigliati e dagli occhi che bruciano di passione mazziniana stringe una penna. Il suo nome è Goffredo Mameli. Sul suo quaderno di appunti, dopo aver cancellato un timido "Evviva l'Italia", scrive di getto tre parole destinate all'immortalità: «Fratelli d'Italia».

Questo è il racconto di come nacque Il Canto degli Italiani, l'inno che prima di diventare un simbolo istituzionale fu il canto di battaglia, di lacrime e di sangue dei ragazzi che fecero l'Italia.

Goffredo Mameli: Il Poeta-Soldato dal Cuore d'Oro

Per capire l'inno, dobbiamo prima capire l'uomo. O meglio, il ragazzo. Nel 1847, Goffredo Mameli ha appena vent'anni. È nato a Genova nel 1827 da una famiglia aristocratica (il padre è un alto ufficiale della marina sarda), ma il suo cuore batte per il popolo e per le idee repubblicane di Giuseppe Mazzini.

Mameli non è un accademico polveroso che scrive di libertà stando seduto in poltrona. È un giovane magnetico, un trascinatore, un "poeta-soldato" nel senso più romantico del termine. Ha la penna facile e l'animo incline all'azione.

Quel settembre del 1847, l'Italia è ancora una costellazione di sette Stati divisi, molti dei quali sotto il controllo diretto o indiretto dell'Impero Austriaco. Ma il vento sta cambiando. Si chiedono riforme, si chiede la cacciata dello straniero. Mameli sente che manca qualcosa: manca una colonna sonora, una voce comune che unisca il contadino siciliano, l'artigiano toscano e lo studente piemontese. Tra l'8 e il 10 settembre, la sua ispirazione tocca il culmine. I versi sgorgano febbrili, intrisi di riferimenti alla storia romana, alle battaglie del passato e a un disperato bisogno di unità: «Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi...».

Da Genova a Torino: L'Incontro con la Musica di Michele Novaro

Un testo poetico, per quanto potente, ha bisogno di ali per volare tra la folla. Ha bisogno di una melodia che entri nelle orecchie e non ne esca più. Ed è qui che entra in gioco il secondo protagonista della nostra storia: Michele Novaro. Anche lui genovese, di qualche anno più grande di Mameli, Novaro è un compositore che in quel momento si trova a Torino, dove lavora come secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano.

La storia dell'incontro tra i versi di Mameli e la musica di Novaro ha i contorni del mito risorgimentale, tramandata dal pittore e patriota Anton Giulio Barrili.

Un'autunno inoltrato, nella casa torinese del patriota Lorenzo Valerio, un amico comune porta un foglietto di carta arrivato da Genova. Dice a Novaro: «Te lo manda Goffredo». Novaro apre il foglio, legge quei versi e viene scosso da un brivito. Gli astanti gli fanno ressa intorno, vogliono sapere cosa sia. «Una cosa stupenda!» esclama il musicista. Torna a casa sua di corsa, agitatissimo. Si siede al cembalo, le mani tremano sull'avorio dei tasti. Cerca il motivo, lo strimpella, lo canta. Nella fretta e nell'eccitazione, urta la lucerna rovesciando l'olio sul pianoforte e sul foglio stesso. Ma non importa: la melodia è nata. Un tempo di 4/4 in si bemolle maggiore, marziale, travolgente, impossibile da non ballare, impossibile da non cantare a squarciagola.

Il Debutto e il Sangue: Il Canto Diventa Leggenda

Il debutto pubblico avviene il 10 dicembre 1847 a Genova, sul piazzale della chiesa di Nostra Signora del Loreto nel quartiere di Oregina. L'occasione è la commemorazione della rivolta del Balilla contro gli austriaci. Davanti a trentamila patrioti arrivati da ogni parte d'Italia, le note di Novaro e le parole di Mameli risuonano per la prima volta. È un incendio emotivo. La polizia borbonica e quella austriaca intuiscono subito il pericolo e cercano di vietarlo, ma è troppo tardi. L'inno passa di bocca in bocca, diventa il canto della Prima Guerra d'Indipendenza del 1848.

La tragedia, però, è dietro l'angolo, come spesso accade nelle storie del Risorgimento. Goffredo Mameli non vedrà mai l'Italia unita. Nel 1849 corre a Roma per difendere la neonata e gloriosa Repubblica Romana guidata da Mazzini e Garibaldi. Durante i durissimi combattimenti contro i francesi sul colle del Gianicolo, viene ferito alla gamba sinistra da una baionetta. Sembra una ferita leggera, ma subentra la cancrena. Dopo un mese di agonia, durante il quale continua a poetare e a sognare la Patria, Goffredo muore a soli 21 anni.

Michele Novaro, dal canto suo, continuerà a comporre canti patriottici e a finanziare la causa con i suoi concerti, morendo poi in povertà nel 1885, ma lasciandoci il più grande dei regali.

Oltre il Ritornello: I Segreti Nascosti nelle Strofe

Oggi noi cantiamo spesso solo la prima strofa e il ritornello, ma l'Inno di Mameli è un vero e proprio compendio di storia patria, ricco di simboli che meritano di essere riscoperti:

  • L'Elmo di Scipio: Si riferisce a Scipione l'Africano, il generale romano che sconfisse Annibale. L'Italia che si risveglia indossa idealmente il suo elmo per tornare a combattere per la propria dignità.

  • La Vittoria schiava di Roma: Mameli ricorda che la Vittoria militare è storicamente legata a Roma; per volere di Dio, la Vittoria deve "porgere la chioma" (venire tosata, come si faceva nell'antichità con gli schiavi) per servire l'Italia risorta.

  • Dall'Alpi a Sicilia dovunque è Legnano: Un richiamo alla battaglia del 1176, dove i comuni lombardi uniti sconfissero l'imperatore Federico Barbarossa. Il messaggio è chiaro: uniti si vince anche contro i giganti.

  • Il Ferruccio e il Balilla: Francesco Ferrucci fu il capitano che nel 1530 difese la Repubblica di Firenze; Balilla è il soprannome del ragazzo genovese che nel 1746 diede inizio alla rivolta contro gli austriaci lanciando una pietra. Eroi del popolo, non re o generali.

Una Riflessione per Noi

Quel foglio scritto il 10 settembre 1847 non era solo una bella poesia. Era una promessa di fratellanza che quei giovani pagarono a caro prezzo. Quando oggi ascoltiamo o cantiamo quelle note, non stiamo solo celebrando un protocollo di Stato, ma stiamo rendendo omaggio al sogno di un ragazzo di vent'anni che ha dato la vita affinché noi potessimo dirci, finalmente, "Fratelli".

Spero che questo viaggio nella Genova risorgimentale ti sia piaciuto e ti abbia fatto battere il cuore un po' più forte!

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