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Patrie Storie: Giuseppe la Farina

5 set
Tempo di lettura: 3 min


Quando pensiamo al Risorgimento, i primi nomi che ci balzano alla mente sono sempre gli stessi: il fascino di Garibaldi, la mente politica di Cavour, l'idealismo di Mazzini. Eppure, dietro le quinte di quel palcoscenico straordinario che fu l'unificazione italiana, si muovevano figure straordinarie che hanno letteralmente "cucito" insieme i pezzi del nostro Paese. Una delle più decisive, e troppo spesso dimenticate, è senza dubbio quella del siciliano Giuseppe La Farina.


Giuseppe La Farina: l'architetto ombra dell'Unità d'Italia

Scrittore, politico, instancabile attivista, La Farina è stato l'uomo che ha capito prima di molti altri una verità fondamentale: senza pragmatismo, l'ideale dell'Italia unita sarebbe rimasto solo un bellissimo sogno nel cassetto.

Dalle barricate al pragmatismo politico

Nato a Messina nel 1816, La Farina assaggia fin da giovane il sapore dell'esilio e delle rivolte. Partecipa attivamente ai moti del 1848 in Sicilia, ma il fallimento di quell'ondata rivoluzionaria gli lascia una lezione amara. Capisce che le cospirazioni isolate e le divisioni interne sono il miglior alleato dell'oppressore straniero.

La sua visione politica si cristallizza attorno a un unico, grande dogma: l'Unità. Non importa la forma di governo, non importano i vecchi rancori regionali; l'unica cosa che conta è abbattere i confini interni. In una lettera accorata, La Farina esprime questo concetto con una chiarezza disarmante:

«Ciò che io sopra ogni cosa desidero alla mia patria, Italia è l’unità, perché secondo me nell’unità sta la forza, e quindi l’indipendenza e la libertà. […] Io parteggio quindi per tutto ciò che tende ad unire politicamente l’Italia ed avverso tutto ciò che tende a mantenere l’attuale vituperevole divisione, ed anche più ciò che potrebbe introdurre una divisione nuova»  

La penna come arma: l'intellettuale e la "Storia d'Italia"

Prima ancora di essere un uomo d'azione e un tessitore di trame politiche, La Farina fu un intellettuale finissimo. Per lui, la storia non era un semplice catalogo di eventi passati, ma una bussola fondamentale per il presente. Durante gli anni dell'esilio a Firenze, riversò tutta la sua passione e la sua immensa cultura in un'opera monumentale in più volumi: la Storia d’Italia narrata al popolo italiano.


Questo testo non venne scritto per le austere accademie, ma – come suggerisce il titolo stesso – per il "popolo". La Farina era convinto che gli italiani non potessero fare una rivoluzione senza prima prendere coscienza di avere un passato comune.

Rileggendo i secoli di frammentazione della penisola, l'autore rintracciava le cause profonde della debolezza italiana proprio nelle divisioni intestine e nelle rivalità municipali. La sua monumentale narrazione storica si trasformò così nel pilastro teorico della sua successiva azione politica: dimostrare che l'unica via di scampo per la sopravvivenza della nazione era la fusione in un unico Stato unitario.

Nota di stile per il blog: Questa aggiunta crea un ponte perfetto con il paragrafo successivo della Società Nazionale, spiegando l'origine del suo rifiuto per gli "interessi municipali e provinciali" citati nella seconda dichiarazione.


La svolta: La Società Nazionale Italiana

Per trasformare questa visione in realtà, La Farina compie una scelta che molti democratici puristi dell'epoca gli rimprovereranno: stringe un'alleanza strategica con il Piemonte di Cavour. Nel 1857, insieme a Daniele Manin e con il supporto fondamentale di Garibaldi, fonda la Società Nazionale Italiana.

Questo organismo diventa una vera e propria macchina di propaganda e coordinamento segreto. Lo scopo? Convincere i patrioti di tutta la penisola a mettere da parte le simpatie repubblicane o federaliste e a compattarsi sotto la bandiera sabauda di Vittorio Emanuele II, l'unico sovrano dotato di un esercito in grado di sfidare l'Austria.

Il manifesto programmatico della Società Nazionale, vergato dallo stesso La Farina, non lascia spazio a dubbi o ambiguità:

«La Società Nazionale Italiana dichiara: che intende anteporre ad ogni predilezione di forma politica, e d’interesse municipale e provinciale, il gran principio della indipendenza ed unificazione»

Il tessitore dell'impresa dei Mille

Fu proprio grazie a questa rete capillare che La Farina riuscì a fare da ponte tra l'algido realismo di Cavour e l'impulsivo genio militare di Garibaldi. Quando i Mille sbarcarono a Marsala nel 1860, gran parte del terreno era stato preparato dal lavoro silenzioso e incessante degli uomini della Società Nazionale.

La Farina non cercava la gloria delle prime pagine, ma l'efficacia del risultato. La sua vita fu un sacrificio continuo sull'altare di quell'ideale unitario che oggi diamo per scontato, ma che all'epoca sembrava un'utopia folle.

Oggi, riscoprire Giuseppe La Farina significa capire che l'Italia non è nata solo sulle punte delle baionette o nei grandi congressi diplomatici, ma anche grazie alla tenacia di chi ha saputo sacrificare il proprio particolarismo per un bene infinitamente più grande: la nascita di una nazione.




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