Patrie storie: l'8 settembre - "la morte della Patria"

Benvenuto a Patrie Storie! La data di oggi tocca un nervo scoperto, un momento drammatico e fondamentale per la memoria della nostra nazione: l'8 settembre 1943, il giorno in cui, secondo la celebre definizione del giurista e storico Salvatore Satter, avvenne la "morte della patria".
L'8 Settembre 1943 e la "Morte della Patria": Cronaca e Memoria del Giorno più Buio d'Italia
Introduzione: Il Silenzio di una Nazione
Ci sono date che non sono semplici riferimenti sul calendario, ma veri e propri spartiacque nella coscienza collettiva di un popolo. Per l'Italia, l'8 settembre 1943 è una ferita aperta, un simbolo di disorientamento, frammentazione e tragica dissoluzione.
In quella calda serata di fine estate, la voce stanca del maresciallo Pietro Badoglio risuonò dai radioricevitori di tutto il Paese. Con un comunicato conciso e drammaticamente ambiguo, annunciò che l'Italia aveva firmato l'armistizio con le forze alleate anglo-americane. Tuttavia, l'ordine impartito all'esercito era vago fino all'assurdo: cessare le ostilità contro gli Alleati ma reagire ad "eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".
Nessuna menzione esplicita all'ex alleato tedesco, nessuna direttiva chiara. In poche ore, le istituzioni statali si squagliarono, i vertici militari e la famiglia reale abbandonarono la capitale, e centinaia di migliaia di soldati italiani si ritrovarono senza ordini, abbandonati a se stessi di fronte all'immediata e spietata reazione della Wehrmacht.
Da questo vuoto di potere e da questa sensazione di tradimento generale nacque la cupa definizione di "morte della patria". Ma cosa significa davvero questa espressione? Perché un singolo giorno è giunto a simboleggiare la fine di un'idea di Stato? Per comprenderlo, dobbiamo compiere un passo indietro e immergerci nel clima opprimente di quell'estate del 1943.
1. La Genesi del Crollo: Dalla Caduta del Fascismo all'Armistizio Segreto
Per capire l'8 settembre, occorre riavvolgere il nastro fino al 25 luglio 1943. Dopo tre anni di una guerra disastrosa, segnata da sconfitte rovinose in Africa, in Russia e dal recente sbarco alleato in Sicilia, il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Benito Mussolini. Il Re Vittorio Emanuele III fece arrestare il Duce e affidò il governo al maresciallo Pietro Badoglio.
Nelle piazze italiane esplose un'illusione di gioia: la gente credette che la caduta del fascismo significasse la fine immediata della guerra. Invece, Badoglio proclamò subito: "La guerra continua a fianco dell'alleato tedesco".
Si trattava di un doppio gioco disperato. Da un lato si rassicurava la Germania nazista, sapendo che le divisioni d'élite di Hitler stavano già affluendo in Italia per occupare la penisola; dall'altro si awiavano trattative segrete con gli Anglo-Americani a Lisbona e poi in Sicilia.
Il 3 settembre 1943, a Cassibile, il generale Giuseppe Castellano firmò in gran segreto l'armistizio breve con le potenze alleate. Gli italiani chiesero di ritardare l'annuncio per preparare le difese della capitale, ma il generale americano Dwight Eisenhower fu perentorio: l'annuncio sarebbe stato dato l'8 settembre, in concomitanza con lo sbarco alleato a Salerno (Operazione Avalanche).
L'Italia si trovò così impreparata al momento della verità. Il governo Badoglio non aveva predisposto alcun piano operativo d'emergenza per proteggere Roma o per coordinare le armate italiane sparse nei Balcani, in Francia e nel territorio nazionale.
2. La Notte dell'Inganno e la Fuga di Vittorio Emanuele III
L'annuncio dell'armistizio fu dato da Badoglio all'EIAR (la radio di Stato) alle ore 19:45 dell'8 settembre. La reazione del Paese fu un misto di speranza disordinata e imminente panico. Ma la vera tragedia si consumò nelle ore successive, nelle stanze del potere.
Mentre l'esercito tedesco metteva in atto l'Operazione Achse (il piano minuziosamente preparato da Berlino per disarmare e catturare le truppe italiane in caso di defezione), i vertici dello Stato italiano pensarono solo alla propria salvezza.
Nella notte tra l'8 e il 9 settembre, il Re Vittorio Emanuele III, la regina Elena, il principe Umberto, Badoglio e i principali ministri militari abbandonarono precipitosamente la capitale. Un convoglio di autovetture lasciò il Quirinale e il Ministero della Guerra, percorrendo in fretta la via Tiburtina verso Pescara, per poi imbarcarsi Ortona sulla corvetta Baionetta diretta a Brindisi, già liberata dagli Alleati.
La "fuga di Pescara" lasciò Roma sguarnita, senza un comando, senza direttive strategiche e senza una guida morale. I generali rimasti nella capitale e i comandanti di divisione in tutta Italia cercarono disperatamente di mettersi in contatto con il Ministero della Guerra, ma trovarono telefoni muti e uffici deserti.
Questa decisione salvò formalmente la continuità giuridica del Regno d'Italia (il cosiddetto "Regno del Sud"), ma inflisse un colpo mortale all'autorità morale delle istituzioni. Agli occhi dei soldati e dei cittadini, la fuga della famiglia reale e del governo fu percepita come un codardo abbandono.
3. "Tutti a Casa": La Dissoluzione dell'Regio Esercito
Senza ordini precisi, le forze armate italiane – che contavano oltre due milioni di uomini mobilitati tra l'Italia e i territori occupati in Europa – crollarono in poche ore come un castello di carte.
I soldati si trovarono di fronte a un dilemma drammatico e letale: continuare a combattere contro gli ex alleati tedeschi, arrendersi, o cercare di fuggire. La frase che passò alla storia, resa poi celebre dal film di Luigi Comencini con Alberto Sordi, fu la tragica constatazione dei soldati: "Tutti a casa!".
Sui vari fronti, il comportamento dei reparti fu frammentato, condizionato dall'iniziativa dei singoli comandanti:
Lo sbandamento generale: In gran parte d'Italia, migliaia di soldati gettarono le divise, indossarono abiti civili forniti dalla popolazione locale e cercarono di raggiungere le proprie famiglie a piedi o su mezzi di fortuna.
La tragedia dei Balcani e della Grecia: In Grecia, Jugoslavia e Albania, le divisioni italiane furono circondate dai tedeschi. A Cefalonia, la Divisione Acqui, al comando del generale Antonio Gandin, decise attraverso un referendum interno di non consegnare le armi ai tedeschi. La battaglia che ne seguì fu impari e drammatica: dopo la resa, i tedeschi massacrarono migliaia di ufficiali e soldati italiani in uno dei più gravi crimini di guerra del conflitto.
L'olocausto della Marina: La flotta italiana, ancora potente seppur limitata dalle perdite di guerra e dai cronici problemi logistici che la colpirono lungo l'interno conflitto, intraprese una fuga drammatica per eseguire la dolorosa ordine di consegna delle navi agli Alleati per sottrarle alla cattura tedesca. I comandi e gli equipaggi obbedirono alla dura direttiva del re e del governo Badoglio, malgrado lo shock psicologico di dover consegnare le navi a quelli che, fino al giorno prima, erano i nemici. La transizione non fu priva di tragedie, la più celebre delle quali fu l'affondamento della nave ammiraglia Roma da parte di bombe guidate tedesche il 9 settembre, che costò la vita a 1.393 marinai, tra cui l'ammiraglio Carlo Bergamini.
I Prigionieri Militari (IMI): Oltre 600.000 soldati italiani catturati dalla Wehrmacht rifiutarono di continuare a combattere per la Germania o per la nascente Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. Furono deportati nei lager tedeschi con lo status di "Internati Militari Italiani", privi delle tutele della Convenzione di Ginevra.
4. La Resistenza Spontanea: Dalla Difesa di Roma ai Primi Partigiani
Nonostante il caos e la mancanza di ordini centrali, l'8 settembre non fu soltanto una storia di fuga e resa. Fu anche il momento in cui nacque la scintilla della riscatto morale e civile del popolo italiano.
A Roma, presso Porta San Paolo, reparti dell'esercito (tra cui i Granatieri di Sardegna, i Lancieri di Montebello e i Sassari) si unirono a civili di ogni estrazione politica – dagli operai agli intellettuali, dalle donne ai ragazzi – per tentare di sbarrare la strada alle divisioni corazzate tedesche. Per due giorni si combatté strada per strada. Fu il primo atto della Resistenza italiana.
In altre parti d'Italia, ufficiali e soldati rifiutarono di piegarsi, nascondendo le armi e salendo in montagna insieme a giovani antifascisti. Dalle ceneri della dissoluzione dell'8 settembre nacquero le prime formazioni partigiane che avrebbero condotto la lotta di Liberazione nei successivi venti mesi.
5. Perché la "Morte della Patria"? L'Analisi del Concetto
Nel 1948, lo giurista Salvatore Satta utilizzò la celebre espressione "la morte della patria" nel suo saggio postumo pubblicato su De Profundis. Successivamente, l'espressione è stata ripresa e approfondita dallo storico Ernesto Galli della Loggia. Ma cosa si intende esattamente con questo epiteto così gravoso?
La "morte" non si riferisce alla scomparsa dell'Italia come entità geografica o culturale, bensì al crollo del concetto risorgimentale di Stato-Nazione che aveva guidato l'unificazione del Paese nel 1861.
Ecco i motivi principali per cui l'8 settembre è legato a questa definizione:
La crisi di fedeltà alle istituzioni: Per quasi un secolo, la patria italiana si era identificata con la Monarchia, la Corona e l'Esercito. L'abbandono della capitale da parte del Re e la fuga dei generali svelarono l'incapacità delle classi dirigenti di proteggere il popolo, rompendo il patto fondativo di fiducia tra i cittadini e lo Stato.
La spaccatura dell'identità nazionale: Nei mesi successivi all'8 settembre, l'Italia si ritrovò geograficamente e ideologicamente divisa in due. Al Nord, la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, vassalla della Germania nazista; al Sud, il Governo del Re sotto la tutela degli Alleati. Gli italiani si ritrovarono a combattere contro altri italiani in una dolorosa e sanguinosa guerra civile.
La perdita dell'onore militare e politico: L'armistizio, condotto e annunciato con modalità così improvvisate, dette al mondo l'immagine di un Paese inaffidabile, che abbandonava i propri alleati e disintegrava le proprie forze armate da un momento all'altro.
Conclusione: Morte o Rinascita?
L'8 settembre 1943 resta una delle date più tragiche e complesse della storia italiana. Fu il momento in cui lo Stato monarchico e fascista mostrò il suo totale fallimento istituzionale e morale. Dalle sue macerie emerse un Paese spezzato, occupato, devastato dalla guerra.
Tuttavia, definire l'8 settembre soltanto come la "morte della patria" sarebbe una lettura incompleta. Se da un lato morì l'idea di una patria autoritaria, retorica e legata all'espansionismo militare della dittatura, dall'altro lato proprio quell'abisso costrinse gli italiani a ritrovare una nuova coscienza civile.
Dalla scelta individuale di chi disse "no" nei lager tedeschi, di chi prese le armi sui monti e di chi rischiò la vita per nascondere un soldato sbandato o un perseguitato politico, nacque una nuova idea di patria. Una patria fondata sulla libertà, sulla responsabilità individuale e sulla democrazia, le cui fondamenta avrebbero poi trovato forma nella Costituzione della Repubblica Italiana del 1948.
Pensando a quei momenti drammatici, ti chiedo: secondo te la decisione di Re Vittorio Emanuele III di lasciare Roma fu soltanto una fuga dettata dalla viltà o fu una scelta strategica necessaria per garantire la continuità giuridica dello Stato italiano di fronte agli Alleati?










































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