top of page

Patrie Storie: Insurrezione Lucana


L'''insurrezione lucana dell'agosto 1860'' è una pagina straordinaria, ingiustamente relegata ai margini della grande narrazione manualistica e troppo spesso calpestata da una certa storiografia recente, quella "neoborbonica", che ama dipingere il Mezzogiorno come una massa passiva, unicamente fedele ai Borbone, vittima di una conquista piemontese "calata dall'alto". Niente di più falso, storicamente parlando! La Basilicata fu un formidabile motore endogeno del Risorgimento.


Il Ruggito della Basilicata: Come la Lucania Anticipò Garibaldi e Fece l’Italia

Introduzione: Il Mito del Sud Passivo

C’è una narrazione storiografica, oggi molto di moda nei salotti della contro-informazione e sul web, che dipinge il Risorgimento nel Mezzogiorno d’Italia come un dramma in un solo atto: un'aggressione esterna, un'invasione di camicie rosse e baionette piemontesi piombate su un Regno delle Due Sicilie idilliaco, popolato da sudditi interamente devoti alla corona borbonica. In questo racconto nostalgico, l'Unità d'Italia appare come un innesto artificiale, una violenza perpetrata ai danni di un popolo rassegnato o fedele a Francesco II.

Ma la storia, quella vera, che si fa scavando tra i faldoni degli Archivi di Stato, tra le lettere ingiallite dei cospiratori e i verbali dei processi borbonici, ci racconta un’altra verità. Una verità assai più complessa, fiera e autenticamente meridionale.

Esiste un momento esatto, nell'estate del 1860, in cui il Mezzogiorno non subì la storia, ma la guidò. Prima ancora che Giuseppe Garibaldi superasse lo stretto di Messina per sbarcare sulle coste della Calabria, un’intera provincia continentale del Regno insorse, dichiarò decaduto il sovrano borbonico e proclamò l’Unità d’Italia sotto il vessillo di Vittorio Emanuele II. Quella provincia era la Basilicata. L’insurrezione lucana dell’agosto 1860 non fu un moto spontaneo e caotico, né il risultato di una fascinazione improvvisa; fu l’apice di un lungo, doloroso e ramificato cammino sotterraneo, preparato da una classe dirigente locale — fatta di borghesi, artigiani, intellettuali e persino contadini — che sognava l'Italia unita quando l'Italia era ancora, per dirla con Metternich, una mera "espressione geografica".


1. La Lunga Vigilia: Le Radici Sotterranee del Dissenso Lucano

Per capire l'agosto del 1860 dobbiamo fare un passo indietro, accendendo una luce sui decenni precedenti. La Basilicata non si svegliò patriotica dall'oggi al domani. Il fuoco della rivolta covava sotto la cenere fin dai moti carbonari del 1820-21 e dalle tragiche e gloriose giornate del 1848.

Quando Ferdinando II di Borbone concesse la Costituzione nel 1848, per poi revocarla nel sangue pochi mesi dopo, in Basilicata la delusione si trasformò in cospirazione permanente. I liberali lucani pagarono a caro prezzo la loro sete di libertà: le carceri borboniche si riempirono di professionisti, sacerdoti e pensatori. Ma la repressione della polizia regia non riuscì a spezzare la rete. Al contrario, la rese più resiliente.

L'anima di questa rete sotterranea era un uomo straordinario, una figura che meriterebbe di essere celebrata accanto ai grandi nomi del Risorgimento: **Giacinto Albini**. Ricercato dalle guardie regie, Albini era un avvocato e un idealista di stampo repubblicano che già nel 1850 aveva fondato a Montemurro un comitato antiborbonico clandestino. Quando la polizia individuò Montemurro come il cuore pulsante dell’eresia liberale, arrestando suo fratello Nicola, Albini non si arrese. Si rifugiò nell'ombra e spostò il centro operativo a **Corleto Perticara**, un borgo arrampicato tra i monti lucani, destinato a diventare la "capitale" della cospirazione.

Tra il 1850 e i primi mesi del 1860, la Basilicata fu attraversata da una silenziosa guerra di posizione. I verbali dei processi borbonici dell’epoca rivelano un brulicare continuo di reati politici: "discorsi sediziosi", "esibizione di cartelli sovversivi", "ingiurie alla persona del Re" e, soprattutto, l'"inalberamento del tricolore". Ogni volta che una bandiera verde, bianca e rossa appariva di notte sul campanile di un paese lucano, lo Stato borbonico vacillava un po' di più. Non erano agenti piemontesi a piantare quelle bandiere; erano giovani del posto, spesso sostenuti da donne coraggiose che cucivano i vessilli nel segreto delle loro case, rischiando la galera o peggio.


2. L'Estate del 1860: La Macchina Organizzativa si Mette in Moto

Arriviamo così alla cruciale estate del 1860. Garibaldi ha compiuto il miracolo in Sicilia: ha battuto le truppe regie a Calatafimi, ha preso Palermo e, a fine luglio, ha trionfato a Milazzo. L'isola è libera, ma il continente è ancora sotto il controllo dell'esercito di Francesco II. Garibaldi esita, studia il momento propizio per attraversare lo stretto.

È in questo preciso istante che la Basilicata decide di rompere gli indugi. I patrioti lucani capiscono che aspettare passivamente l'arrivo dei Mille significa convalidare l'idea che il cambiamento debba venire solo da fuori. Vogliono dimostrare che il Sud vuole l'Italia, che è pronto a prendersela da solo.

Il 10 agosto 1860 arriva da Napoli un telegramma del Comitato Unitario Nazionale. Il messaggio è chiaro: bisogna insorgere, bloccare le comunicazioni dell'esercito borbonico, facilitare la marcia di Garibaldi. La macchina organizzativa lucana, oliata da anni di clandestinità, scatta con una precisione geometrica che smentisce ogni stereotipo sull'approssimazione meridionale.

Il 13 agosto, a Corleto Perticara, si riuniscono i vertici del movimento: **Giacinto Albini**, il carismatico democratico **Nicola Mignogna** (inviato da Napoli) e il colonnello **Camillo Boldoni**, a cui viene affidato il comando militare delle forze insurrezionali. Viene redatto un piano meticoloso. Vengono inviati staffette e messaggeri in ogni angolo della provincia, da Melfi a Lagonegro, da Maratea a Genzano. La parola d’ordine è una sola: convergere su Potenza, il capoluogo, cuore amministrativo e militare della regione.






Il cronista e testimone oculare Michele Lacava ci ha lasciato una descrizione vivida di ciò che accadde alle cinque del pomeriggio del **16 agosto 1860** a Corleto Perticara. Nella vasta piazza del Castello (oggi piazza del Plebiscito), davanti a quattrocento militi della Guardia Nazionale, a un drappello di insorti armati e a circa ottanta soldati borbonici che avevano scelto di disertare per sposare la causa italiana, il Comitato Lucano proclama solennemente il **Governo Nazionale**.

Viene sollevato il tricolore. Le bande musicali del paese intonano gli inni patriottici del 1848, quelli che erano costati anni di esilio e di carcere a un'intera generazione. Migliaia di persone, accorse dai paesi limitrofi, riempiono le strade e la vicina area del passeggio pubblico della Gersa. Non ci sono saccheggi, non c'è anarchia. C’è l’ordine cosciente di un popolo che si sta dando nuove istituzioni. Albini e Mignogna assumono i poteri civili come "Prodittatori", agendo in nome e per conto del generale Garibaldi.

Da quel momento, la Basilicata è formalmente in stato di insurrezione. Le colonne di volontari si formano spontaneamente nei paesi: proprietari terrieri che mettono a disposizione i propri cavalli, artigiani che impugnano vecchi fucili da caccia, contadini che si uniscono alla marcia. È un esercito di popolo che si mette in cammino lungo i sentieri appenninici, muovendo verso Potenza.


4. 18 Agosto: Potenza Insorge e Scrive la Storia

Mentre le colonne degli insorti provenienti da Melfi, Genzano e Sala Consilina stringono d'assedio psicologico il capoluogo, la tensione all'interno di Potenza sale alle stelle. In città staziona una guarnigione borbonica di circa quattrocento soldati, comandata dal capitano Salvatore Castagna. Si tratta di una forza militare tutt'altro che trascurabile, ben armata e asserragliata.

Già nella notte del 17 agosto, le avanguardie dei patrioti sono alle porte della città. All'alba del **18 agosto**, l'atmosfera è elettrica. A mezzogiorno, i primi drappelli di insorti vengono avvistati dalle alture circostanti. Il capitano Castagna, temendo di essere circondato e spinto dalla foga di soffocare sul nascere l'insurrezione, fa rientrare precipitosamente le sue truppe in città da sud.

I soldati regi si concentrano in piazza del Sedile, la sede del Comune. La piazza centrale, quella dell'Intendenza, è sbarrata dalle baracche di legno installate tre anni prima, dopo il devastante terremoto del 1857: un simbolo tangibile dell'incuria del governo centrale borbonico che non aveva ancora ricostruito la città.

Il contatto tra la popolazione potentina, scesa in strada, e la guarnigione borbonica è inevitabile. Qualcuno grida, vola qualche pietra, poi si passa alle armi. È il caos. Il capitano Castagna ordina di fare fuoco, sperando in un massacro esemplare che terrorizzi la città. Ma la reazione popolare è immediata e furiosa.

Guidati da valorosi patrioti locali come **Domenico Asselta**, che rimane ferito nello scontro, i cittadini di Potenza ingaggiano una vera e propria guerriglia urbana tra i vicoli stretti e i palazzi del centro storico. Si spara dalle finestre, si alzano barricate improvvisate. È una lotta sanguinosa: cadono sotto il fuoco regio quattro civili (i fratelli Giovanni e Gaetano Crisci, Luigi Guerreggiante e Giosuè Romaniello) e si registrano numerosi feriti.

Ma la determinazione degli insorti e la notizia che migliaia di lucani armati stanno convergendo sulla città spezzano il morale della guarnigione borbonica. A sera, vistosi isolato e senza rifornimenti, il capitano Castagna ordina la ritirata lungo l'uscita meridionale della città, verso la piana di Tito. Potenza è libera. La Basilicata è la prima provincia del Mezzogiorno continentale a cacciare i Borbone con le proprie mani.



5. Il Governo Prodittatoriale e il Significato Storico

Il giorno successivo, il **19 agosto 1860**, si insedia ufficialmente a Potenza il **Governo Prodittatoriale** di Albini e Mignogna. Questo governo provvisorio non si limita a gestire l'ordine pubblico, ma riorganizza l'intera macchina dello Stato: abolisce la tassa sul macinato che affamava i contadini, decreta l'espulsione dei gesuiti (visti come il braccio ideologico dell'assolutismo) e, soprattutto, organizza i soccorsi e le linee di rifornimento per l'esercito di Garibaldi che sta per sbarcare.

Quando Garibaldi toccherà finalmente la terra calabra, troverà una Basilicata già liberata, ordinata, con le spalle coperte da un'organizzazione militare lucana di oltre diecimila uomini della Guardia Nazionale e dei Cacciatori Lucani. La Basilicata aveva creato un corridoio sicuro, una testa di ponte che permise alle camicie rosse di marciare rapidamente verso Napoli senza temere imboscate alle spalle.

La storiografia neoborbonica, nel suo tentativo di ridurre il Risorgimento a una mera conquista coloniale piemontese, ignora deliberatamente l'insurrezione lucana. Come si può sostenere che il Sud non volesse l'Italia se una delle sue province più interne, povere e isolate insorse *prima* dell'arrivo di Garibaldi e dei piemontesi? Gli uomini che combatterono a Potenza il 18 agosto non cercavano padroni nordici; cercavano la libertà, la fine di un assolutismo poliziesco e l'ingresso del Mezzogiorno nella modernità europea attraverso la costruzione di una grande patria comune.


Conclusione: Il Dovere della Memoria

L'insurrezione lucana dell'agosto 1860 resta uno dei capitoli più limpidi, democratici e popolari del nostro Risorgimento. Fu un movimento che seppe unire l'avvocato e il contadino, l'intellettuale di città e il guardiano dei boschi, sotto lo stesso ideale di riscatto e di dignità.

Ricordare oggi quegli eventi, i nomi di Giacinto Albini, Nicola Mignogna, Domenico Asselta e dei caduti di piazza del Sedile, non è un esercizio di sterile retorica. È un atto di giustizia storica dovuto al Mezzogiorno d'Italia, per riappropriarsi della propria quota di paternità sul grande progetto dell'Unità nazionale. L'Italia non è nata solo a Torino, a Milano o a Quarto; è nata anche, e con immensa forza morale, tra i vicoli di Potenza e le montagne di Corleto Perticara.



Miei cari amici, spero che questa narrazione vi abbia appassionato e abbia gettato nuova luce su una vicenda troppo spesso dimenticata o distorta. La storia è un mosaico complesso, e ogni tessera, specialmente quella lucana, è fondamentale per comprendere il disegno complessivo.

Ora la parola passa a voi: conoscevate già questo primato della Basilicata nel Risorgimento continentale? E, alla luce di questi fatti d'archivio, come pensate si possa rispondere in modo efficace alle tesi che vorrebbero un Sud unicamente passivo o borbonico nel 1860? Fatemi sapere se volete approfondire la figura di qualche cospiratore specifico o un altro aspetto di questa epopea!

Commenti


In evidenza:
Articoli recenti
Archivio
Cercare per tag
Segui
  • Instagram
  • Facebook
  • X
  • Tópicos
  • Youtube

© Copyright 2024 Ora Italiana - Prof. Renê Augusto Negrini

bottom of page