Spazio tempo. Il cannone da 120/50 e la dispersione del tiro

Benvenuti a Patrie storie! Spesso quando vengono discusse le cause della sconfitta italiana nella Seconda Guerra Mondiale, uno dei primi problemi indicati è la "scarsa" precisione dei cannoni italiani, e in questo dibattito, il pezzo da 120/50, il più numeroso nelle nostre diverse serie di cacciatorpediniere costruite fra gli anni '30 e '40, occupa il posto di "imputato speciale", spesso ritenuto scadente in prestazioni e assolutamente inadeguato, vittima di un’inaccettabile dispersione di tiro. Ma e se il problema si trovasse non "nell'attrezzo" ma in come veniva impiegato?
L'analisi delle fonti conferma che esisteva effettivamente una contraddizione tra la concezione tecnica del cannone da 120/50 e la realtà operativa e dottrinale in cui si trovò ad agire la Regia Marina.
Ecco i punti chiave che spiegano questo conflitto:
1. Progettazione per il corto raggio
Il cannone da 120/50 Mod. 1926 era stato originariamente concepito, fin dal 1919, per impegnare il nemico a distanze inferiori ai 10.000 metri. A queste portate, l'alta velocità iniziale (oltre 950 m/s) e la traiettoria molto tesa ("radente") erano considerate vantaggiose per massimizzare la precisione e il potere di penetrazione.
2. Ambizioni di lungo raggio e instabilità
Negli anni '30, la Marina cercò ottimisticamente di estendere l'impiego dei cacciatorpediniere anche al tiro a grande distanza (fino a quasi 20.000 metri), confidando nelle nuove centrali di tiro. Tuttavia:
L'instabilità della piattaforma: Le unità sottili erano troppo instabili per garantire un tiro preciso a quelle gittate.
La dispersione esasperata: Proprio l'elevata velocità iniziale, utile a corto raggio, diventava la causa principale di una dispersione inaccettabile alle lunghe distanze. Già nel 1926 si giudicarono inutili i tiri oltre i 19.000 metri poiché era impossibile osservare i punti di caduta.
3. Conflitto con la condotta tattica ("Battaglia in ritirata")
La strategia italiana del "vantaggio relativo" prevedeva di poter ingaggiare o rifiutare il combattimento a seconda dei rapporti di forza, spesso cercando di colpire il nemico da lontano per menomarlo prima di serrare le distanze.
In scontri come Punta Stilo, la flotta italiana combatté mostrando la poppa al nemico, una manovra di disimpegno che forzava l'azione sulle grandi distanze.
Questa tattica di "allontanamento" metteva i cannoni da 120/50 in una condizione di mismatch tattico: venivano usati proprio nel range di distanza (oltre i 10-12.000 metri) dove i loro difetti (dispersione e usura) erano massimi e i loro pregi (radenza del tiro) minimi.
4. Il paradosso della dispersione
Alcune analisi revisioniste suggeriscono che, alle grandi distanze, una salva troppo raccolta (come quella inglese) potesse essere meno efficace di una salva più aperta (italiana), perché una zona battuta più ampia aumentava statisticamente la probabilità di colpire un bersaglio che manovrava bruscamente ("accostare alle vampe") per schivare i colpi. Tuttavia, per il pezzo da 120 mm, questa dispersione era talmente elevata da rendere il tiro spesso inefficace.
In sintesi, il 120/50 era un'arma progettata per un duello ravvicinato e violento, ma la dottrina e la necessità strategica di preservare la flotta imposero spesso combattimenti manovrati a lunga distanza, trasformando le sue caratteristiche balistiche da potenziali punti di forza in gravi limiti tecnici.
Forse uno degli esempi migliori di come il pezzo da 120mm potrebbe essere più efficace se impiegato secondo la concezione per cui venne progettato provenga dal Comandante Carlo Margottini. La modalità di combattimento ravvicinata con cui comandava la sua nave, l'Artigliere, rispondeva a una combinazione di necessità tattiche, caratteristiche tecniche dell'armamento e alla sua personale indole aggressiva di comando:
Impiego dei siluri: Durante la battaglia di Punta Stilo (9 luglio 1940), Margottini portò l'unità da 13.200 metri a soli 3.000 metri di distanza specificamente per lanciare i siluri contro la flotta britannica. Per i cacciatorpediniere, il siluro era l'arma d'offesa principale e il lancio a breve distanza era l'unico modo per massimizzare le probabilità di successo.
Limiti tecnici del cannone da 120/50: Sebbene concepito per gittate elevate, il pezzo da 120 mm era stato originariamente progettato (sin dal 1919) per dare il meglio a distanze inferiori ai 10.000 metri. A distanze maggiori, l'instabilità intrinseca dei cacciatorpediniere come piattaforma di tiro rendeva quasi impossibile eseguire una punteria precisa, specialmente con mare ondoso. Avvicinarsi era dunque una necessità tecnica per rendere il tiro delle artiglierie realmente efficace.
Condizioni del combattimento notturno: Nello scontro di Capo Passero (12 ottobre 1940), l'attacco avvenne nell'oscurità. Poiché la Regia Marina mancava di radar e di adeguati sistemi di visione notturna, il combattimento di notte si trasformava inevitabilmente in una mischia a distanza ravvicinata, dove la capacità di avvistare e colpire per primi era l'unico fattore determinante.
Dottrina del "tiro celere": Nel maggio 1940, la Marina aveva adottato come regolamentare per i pezzi da 120/50 il "tiro celere", privilegiando la rapidità di fuoco a distanze ridotte (sotto i 10 km) piuttosto che la precisione a lungo raggio. Margottini, ufficiale descritto come "intelligente, brillante e preparato", applicò questa dottrina con estrema aggressività.
Obiettivo della rottura dell'equilibrio: La dottrina italiana prevedeva che le unità sottili dovessero serrare le distanze per colpire duramente il nemico, cercando di ottenere la rottura dell'equilibrio psicologico e materiale dell'avversario attraverso un'azione di fuoco violenta e ravvicinata.
La sua aggressività tattica fu tale che per l'azione di Punta Stilo ricevette la Medaglia di bronzo al valor militare, mentre per l'eroico comportamento a Capo Passero, dove morì al suo posto di comando continuando a incitare l'equipaggio, gli fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Nello scontro di Punta Stilo, le fonti confermano che l'Artigliere stese una cortina fumogena e aprì il fuoco da 13.200 metri, per poi portarsi a soli 3.000 metri di distanza per lanciare i siluri. Tre mesi dopo, durante lo scontro notturno di Capo Passero (12 ottobre 1940), l’incrociatore leggero britannico HMS Ajax fu investito dal tiro del cacciatorpediniere italiano Artigliere, riportando danni specifici che, pur non compromettendone la galleggiabilità, ne ridussero l'efficienza operativa. Uno dei quattro proiettili da 120 mm sparati dall’Artigliere riuscì a perforare la cintura corazzata (armoured belt) sul lato di sinistra. Il tiro italiano inoltre fu particolarmente efficace nel colpire i sistemi vitali della nave. Venne distrutto un pezzo da 102 mm e risultò completamente fuori uso l'apparecchiatura radar. Anche la bussola dell'unità fu danneggiata seriamente dai colpi ricevuti.
Insomma, pur trattandosi forse di una prescrizione fatta col "facile senno del poi" se il cannone da 120/50mm fosse stato impiegato secondo le previsioni tattiche per cui venne concepito, potrebbe aver "incassato" risultati più efficaci. Come Margottini già ci vedeva nel 1940.
Il cannone da 135/45mm progettato invece per quelle condizioni di battaglia in ritirata a distanze più lunghe (velocità del proiettile da 825m/s contro i 950m/s del 120), effettivamente offriva la precisione di tiro lungo che mancava al pezzo da 120. Nella classe Capitani Romani, era montato su impianti binati a culla unica come quelli del 120/50, ma le canne avevano una distanza più grande tra di loro che nelle diverse serie in cui il 120 venne montato. Più tardi, la classe Comandanti di cui non venne costruita nessuna unità prima della fine della guerra (una di esse sarebbe dedicata propri a Margottini), avrebbe invece i pezzi da 135 montati su impianti a canna unica.










































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