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Spazio tempo: i padri italiani del Computer


Buonasera e bentornati a Spazio Tempo! Pensateci un attimo: l'oggetto che avete in tasca, il vostro smartphone, ha una potenza di calcolo infinitamente superiore a tutti i computer della NASA messi insieme che mandarono l'uomo sulla Luna nel 1969. Ma vi siete mai chiesti da dove sia cominciato questo incredibile viaggio tecnologico? Spesso si pensa alla Silicon Valley, ad Alan Turing o a Bill Gates. Ma stasera vogliamo raccontarvi una storia diversa. Una storia in gran parte italiana, fatta di intuizioni straordinarie, di sogni meccanici e di una buona dose di audacia. Un filo rosso che unisce il Rinascimento ai microchip di oggi.


1. Il sogno meccanico di Leonardo e la replica di Guatelli

Tutto comincia, come spesso accade nella storia dell'ingegno, con Leonardo da Vinci. Nel 1967, durante alcuni lavori di catalogazione nella Biblioteca Nazionale di Madrid, saltarono fuori due manoscritti perduti: i famosi Codici di Madrid. Tra le migliaia di schizzi dedicati a fortificazioni e ponti, emerse un disegno misterioso: una complessa serie di ruote dentate collegate tra loro con un rapporto di 10 a 1.

A cosa serviva? Leonardo stava tentando di fare quello che la mente umana fa con fatica: automatizzare il calcolo. Un giro completo della prima ruota faceva muovere di un solo dente la seconda, proprio come accade oggi nel contachilometri analogico delle vecchie automobili.


Negli anni '50, un ingegnere e modellista straordinario di nome Roberto Guatelli, specializzato nel dare vita ai sogni di carta di Leonardo, studiò quegli schizzi e realizzò una replica fisica di questa macchina calcolatrice. Fu un'intuizione folgorante: l'idea che la logica e la matematica potessero essere "scolpite" nel metallo. Anche se non era un computer programmabile, era la prova che il desiderio di delegare il calcolo alle macchine è nato qui, nel cuore del nostro Rinascimento.

2. Il grande balzo: Pier Giorgio Perotto e la mitica P101

Facciamo un salto temporale e arriviamo negli anni '60, a Ivrea. All'epoca, i computer erano dei colossi. Immaginate delle stanze intere, piene di valvole termoioniche che scaldavano come stufe, costose come palazzi e utilizzabili solo da scienziati in camice bianco. Il computer era un "monolite" distante.

Ma un ingegnere piemontese, Pier Giorgio Perotto, ebbe un'idea rivoluzionaria e, per l'epoca, quasi folle: “Volevo creare una macchina che potesse stare su un tavolo, che non richiedesse un esperto e che fosse accessibile a tutti”.

Nacque così la Programma 101, affettuosamente chiamata la "Perottina". Presentata a New York nel 1965, lasciò il mondo a bocca aperta.


La P101 era a tutti gli effetti il primo personal computer della storia. Aveva una memoria, usava delle innovative carte magnetiche per caricare i programmi (gli antenati dei floppy disk) ed era racchiusa in un design elegantissimo firmato da Mario Bellini. Pensate che la NASA ne acquistò diverse decine di esemplari per calcolare la rotta e l'allunaggio dell'Apollo 11. Senza l'audacia di Perotto e la lungimiranza della Olivetti, il concetto stesso di computer "da scrivania" avrebbe ritardato di anni.

3. L'infinitamente piccolo: Federico Faggin e l'Intel 4004

Ma per far sì che quel computer da tavolo entrasse davvero nelle nostre tasche, serviva un ultimo, incredibile miracolo tecnologico: ridurre l'intera logica di una macchina in un unico, minuscolo pezzetto di silicio.

Entra in scena un giovane fisico vicentino: Federico Faggin. Trasferitosi in California, Faggin si trovò davanti a una sfida considerata impossibile: unire tutte le funzioni di calcolo in un solo chip. Utilizzando una tecnologia innovativa da lui stesso sviluppata (il Silicon Gate Technology), Faggin progettò l'Intel 4004, rilasciato nel 1971.


È la nascita del primo microprocessore al mondo. Faggin riuscì a stampare su un quadratino di silicio grande come un'unghia la bellezza di 2.300 transistor. Per darvi un'analogia, fu come riuscire a condensare un'intera enciclopedia sulla testa di uno spillo. Faggin non ha solo inventato un componente; ha firmato l'atto di nascita della rivoluzione digitale in cui siamo immersi oggi.

Dal genio visionario di Leonardo, passando per la scommessa industriale di Perotto, fino alla rivoluzione atomica del silicio di Faggin: l'Italia non è stata solo spettatrice della rivoluzione informatica, ne è stata la culla.


4. La questione linguistica: l'anglicismo computer

Oggi vorrei fare con voi una piccola deviazione, un viaggio non tanto tra circuiti e transistor, ma tra le parole. Sì, perché la scienza e la tecnologia non si fanno solo nei laboratori, ma anche nei vocabolari. Vi siete mai chiesti perché oggi, per indicare lo strumento su cui state leggendo questo articolo, usiamo tutti una parola straniera? Perché diciamo computer e non una parola italiana?

La grande sfida delle parole: Calcolatore vs Elaboratore

Negli anni '50 e '60, quando l'informatica muoveva i suoi primi, titanici passi in Italia (pensiamo all'Elea 9003 della Olivetti o al CRC del Politecnico di Milano), gli scienziati e i letterati nostrani si trovarono davanti a un bivio: come chiamare questa macchina prodigiosa?

All'inizio, la scelta più naturale sembrò "calcolatore elettronico". Era un termine preciso, nobile, che si riallacciava direttamente alla tradizione della matematica e a quegli strumenti meccanici di cui abbiamo parlato, come l'idea originale di Leonardo da Vinci. La macchina, dopotutto, faceva dei calcoli numerici a velocità strabiliante.

Tuttavia, ben presto ci si rese conto che definire quella macchina un semplice "calcolatore" era riduttivo. Un matematico o un ingegnere sa bene che quelle macchine non stavano solo sommando o moltiplicando numeri: stavano organizzando dati, gestendo testi, archiviando informazioni. Fu allora che la lingua italiana rispose con un termine forse ancora più elegante e filosoficamente profondo: "elaboratore elettronico dei dati".

L'analogia del sarto: Pensateci bene. Un calcolatore è come un contabile che tiene il conto della spesa: preciso, ma limitato ai numeri. Un elaboratore, invece, è come un sarto: prende la stoffa grezza (i dati), la taglia, la cuce, la trasforma e vi consegna un abito finito (l'informazione utile).

Per decenni, nelle università, nei testi scientifici e persino nei documenti ufficiali dello Stato, si è parlato rigorosamente di elaboratori. Era una parola che rivendicava un'autonomia concettuale e culturale tutta italiana.

Il progressivo allontanamento: come il "Computer" ha conquistato l'Italia

Ma allora, com'è stato possibile che una parola inglese, dal suono così duro e d'oltreoceano, abbia progressivamente allontanato e quasi cancellato i nostri splendidi equivalenti?

La risposta sta nel cambiamento del mercato e della società. Finché queste macchine sono rimaste confinate nei grandi centri di calcolo delle università o delle grandi aziende, "elaboratore" ha retto magnificamente. Ma tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 è arrivata la rivoluzione del Personal Computer. La tecnologia è uscita dai laboratori ed è entrata nelle case delle persone comuni.

In quel preciso momento, l'industria americana della Silicon Valley ha imposto non solo i propri prodotti, ma anche il proprio vocabolario. Dire "computer" era più corto, faceva sentire parte di una modernità globale e, ammettiamolo, suonava "più avanti" a livello commerciale. Dire "vado a comprare un elaboratore elettronico" cominciava a suonare burocratico, pesante, quasi antiquato, come se si parlasse di un vecchio ministero degli anni '60.

Così, lentamente, l'uso quotidiano ha eroso la diga della lingua italiana. Computer ha colonizzato i negozi, le riviste specializzate, i primi videogiochi e, infine, il nostro linguaggio comune, relegando "elaboratore" e "calcolatore" ai margini, quasi fossero reperti archeologici di un'informatica pionieristica.

È un peccato? Forse un pochino sì, perché "elaboratore" descriveva molto meglio la magia di ciò che accade dentro quel silicio. La prossima volta che accenderete il vostro computer, provate a pensarlo per un attimo come al vostro "elaboratore" personale: un sarto invisibile che cuce i vostri dati ogni giorno.

E voi, cosa ne pensate? Credete che la lingua italiana avrebbe dovuto difendere con più forza i propri termini scientifici, come fanno ad esempio i cugini francesi con il loro ordinateur, o pensate che l'adozione di una terminologia globale sia inevitabile e, tutto sommato, più pratica per la scienza?

 
 
 

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