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Patrie Storie: Pasquale Stanislao Mancini - il Giurista della Nazione e l'Anima Legale del Risorgimento

1 giorno fa
Tempo di lettura: 2 min

Un’idea che brucia sotto la toga

Immaginate un’aula universitaria a Torino, nel 1851. L’aria è carica di tensione elettrica. Un uomo dal volto fiero, con lo sguardo di chi vede oltre l'orizzonte della burocrazia, sale in cattedra. È un esule: ha dovuto lasciare la sua Napoli perché i Borbone non tolleravano il suo amore per la Costituzione. Quell’uomo è Pasquale Stanislao Mancini.

Mentre fuori i cannoni tacciono momentaneamente, Mancini sta per lanciare una bomba intellettuale che cambierà per sempre il modo in cui intendiamo la parola "Stato". Il titolo della sua lezione è rivoluzionario: "Della nazionalità come fondamento del diritto delle genti".

Non solo terra e confini: la Nazione come Spirito

Prima di Mancini, si pensava che uno Stato fosse tale solo perché un re aveva tracciato dei confini su una mappa, spesso col sangue. Mancini ribalta tutto. Per lui, la Nazione non è un pezzo di terra: è una "coscienza dei popoli".

"La Nazione è una società naturale di uomini, da unità di territorio, di origine, di costumi e di lingua conformati a comunanza di vita e di coscienza sociale."

In queste parole c'è il cuore del nostro Risorgimento. Mancini spiegava agli italiani (e al mondo) che l'Italia esisteva già nel cuore e nella lingua della gente, e che il diritto internazionale doveva piegarsi a questa realtà morale. Non eravamo "un'espressione geografica", come diceva sprezzante Metternich, ma un organismo vivente che chiedeva il riconoscimento giuridico.

Il braccio destro della diplomazia

Mancini non rimase chiuso tra i libri. Fu un politico di razza, sedendo nei banchi del Parlamento e diventando Ministro. Se Cavour fu il tessitore diplomatico e Garibaldi la spada, Mancini fu la penna.

Egli comprese che per far accettare l'Italia all'Europa, dovevamo dimostrare di essere un paese moderno, civile e unificato non solo militarmente, ma legislativamente. Si batté per l'abolizione della pena di morte (un tema che lo vedeva erede della grande tradizione di Cesare Beccaria) e lavorò instancabilmente per creare codici che parlassero una lingua sola, da Palermo a Torino.

L’eredità di un gigante

Perché oggi dovremmo ricordarlo? Perché Mancini ci insegna che la libertà senza il diritto è fragile. La sua idea che ogni popolo abbia il diritto di costituirsi in Stato in base alla propria identità culturale è il pilastro su cui si fonda l'Europa moderna e le Nazioni Unite.

Egli trasformò il sentimento romantico del Risorgimento in una dottrina solida, capace di stare in piedi nei tribunali e nelle cancellerie di tutto il mondo. Fu, in breve, colui che diede all'Italia la sua carta d'identità morale.

Una riflessione per te

Pasquale Stanislao Mancini credeva fermamente che fosse la "coscienza" a fare un popolo. Secondo te, nell'Italia di oggi, quanto è ancora forte quella "coscienza di essere nazione" che Mancini descriveva con tanto ardore, o pensi che ci siamo un po' dimenticati delle radici comuni che lui cercava di tutelare?

Se questo racconto ti ha affascinato, preferiresti che la prossima volta approfondissimo:

  1. Le grandi eroine del Risorgimento (le donne che, spesso nell'ombra, hanno fatto l'Italia)?

  2. La vita quotidiana nelle trincee della Prima Guerra Mondiale?

  3. L'ascesa di una dinastia: i Medici e il Rinascimento fiorentino?

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