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Patrie Storie: Guglielmo Pepe

Aggiornamento: 13 lug



C'è una figura affascinante e forse meno celebrata di quanto meriterebbe nei manuali scolastici: Guglielmo Pepe. Un uomo che ha attraversato le epoche, servendo re e ideali, unendo il rigore militare alla passione rivoluzionaria.

Mettiti comodo, perché la sua è una storia di cavalleria, di giuramenti e di un sogno chiamato libertà.

Guglielmo Pepe: L’Anima Irrequieta del Risorgimento tra Due Regni e Mille Battaglie

L'Alba di un Eroe Meridionale

Per capire Guglielmo Pepe, dobbiamo immaginare il Regno delle Due Sicilie alla fine del Settecento. Nato a Squillace, in Calabria, nel 1783, Pepe non era un teorico da tavolino. Era un uomo d'azione, un soldato che sentiva il polso della storia battere forte. La sua formazione avvenne nel crogiolo della Repubblica Napoletana del 1799, un’esperienza che segnò il suo destino: giovanissimo, lottò tra i difensori della repubblica arruolandosi ancora sedicenne nella guardia nazionale e vide il sogno della libertà soffocato nel sangue dalla reazione borbonica.

Quell'evento non lo spezzò, ma forgiò in lui una convinzione incrollabile: l'Italia aveva bisogno di istituzioni moderne e di un esercito nazionale.

Al Servizio di Murat e l'Ideale Costituzionale

Dopo l'esilio e le campagne napoleoniche — dove combatté con distinzione, imparando l'arte della guerra moderna — Pepe tornò a Napoli sotto il regno di Gioacchino Murat. Fu proprio in questo periodo che la sua visione iniziò a farsi più chiara. Non bastava essere bravi soldati; bisognava che il popolo sentisse lo Stato come proprio.

Pepe divenne il promotore della Legione Provinciale, una sorta di milizia territoriale che mirava a coinvolgere i proprietari terrieri e i ceti medi nella difesa dell'ordine, ma anche nella consapevolezza politica. Era il primo germe di una "nazione in armi".

Pepe divenne una figura centrale del regno di Murat a partire dal 1809, quando fu nominato suo aiutante di campo (o ufficiale d'ordinanza). Seguì il sovrano in diverse imprese, tra cui la spedizione in Sicilia del 1810, e si distinse per valore e capacità di comando, ottenendo la promozione a maresciallo di campo nel 1813.

La stima di Murat nei suoi confronti era tale che, nonostante Pepe fosse stato accusato di cospirazione e imprigionato in Castel Sant'Elmo, il Re lo definì "Testa di ferro e selvaggio tribuno" durante il processo. Murat arrivò a offrirgli il titolo di barone, che però Pepe rifiutò coerentemente con i suoi ideali, criticando l'autocrazia del governo napoletano.

Il rapporto tra i due subì un'evoluzione significativa a partire dal 1814, quando Pepe entrò in contatto con la Carboneria. Da quel momento, il generale iniziò a esercitare forti pressioni politiche su Murat affinché concedesse una costituzione e istituzioni liberali al regno e sostenesse la causa nazionale italiana. Ma nonostante le frizioni politiche e i tentativi di spingere il Re verso il liberalismo, Pepe rimase militarmente fedele a Murat fino all'ultimo istante. Durante la guerra austro-napoletana del 1815, si distinse in varie battaglie e, dopo la disfatta di Tolentino (a cui non partecipò direttamente), fu proprio lui a proteggere la ritirata del sovrano combattendo strenuamente a Castel di Sangro. Come ultimo atto di riconoscimento, il 17 maggio 1815, pochi giorni prima di abbandonare il regno, Murat promosse Pepe al grado di tenente generale.

Il 1820: Il Grido di Nola e il Trionfo Illusorio

Il momento di massima gloria per Pepe arrivò nel luglio del 1820. Mentre il vento della rivolta soffiava dalla Spagna, a Nola i sottotenenti Morelli e Silvati diedero il via all'insurrezione chiedendo la Costituzione. Guglielmo Pepe, allora generale, non esitò. Si pose alla testa del movimento, convinto che il re Ferdinando I dovesse finalmente concedere i diritti civili al popolo.

Il suo ingresso a Napoli fu trionfale. Immagina la scena: migliaia di soldati e cittadini che sventolano il tricolore della Carboneria (nero, rosso e blu), con Pepe acclamato come il "Washington italiano". Fu un momento di pura ebbrezza patriottica. Tuttavia, la politica internazionale era un gioco crudele. Le potenze della Santa Alleanza non potevano tollerare una macchia costituzionale nel cuore del Mediterraneo.

Il Dramma di Rieti e l'Esilio

Il sogno svanì rapidamente. Nonostante l'entusiasmo, l'esercito costituzionale era disorganizzato e minato da divisioni interne. Nel 1821, a Rieti e Antrodoco, le truppe di Pepe si scontrarono con gli austriaci. Fu una disfatta. La restaurazione borbonica fu durissima e Pepe fu costretto a un lungo, amaro esilio tra Francia e Inghilterra.

In quegli anni non rimase inerte. Scrisse memorie, mantenne contatti con i patrioti di tutta Europa e divenne un simbolo vivente della resistenza italiana. La sua figura servì a ricordare a tutti che il Sud non era solo terra di briganti e reazionari, ma anche culla di spiriti liberali pronti al sacrificio.

1848: L'Ultimo Atto Eroico a Venezia

Molti uomini si sarebbero arresi alla vecchiaia e alla delusione, ma non Pepe. Quando nel 1848 l'Europa intera si incendiò, egli tornò in Italia. Il re Ferdinando II, inizialmente piegato dalle rivolte, gli affidò il comando di un corpo di spedizione per aiutare i piemontesi contro l'Austria.

Ma il Borbone cambiò idea quasi subito, ordinando il rientro delle truppe. Qui emerge la grandezza morale di Guglielmo Pepe: disobbedì al suo sovrano in nome di un ideale superiore. Con una parte dei suoi uomini, si diresse a Venezia, che stava resistendo eroicamente sotto la guida di Daniele Manin. L'8 giugno Pepe oltrepassa il Po con i volontari, raggiungendo la città lagunare cinque giorni dopo. Superando il fiume, Pepe si rivolge ai suoi soldati pronunciando le parole: "Di qua l'onore, di là la vergogna!

A Venezia, Pepe divenne il comandante delle forze di terra. Difese la città lagunare con un vigore incredibile, nonostante la fame, il colera e i bombardamenti austriaci. Fu l'ultimo a cedere, lasciando la città solo quando ogni speranza era perduta, portando con sé l'onore delle armi e il rispetto di tutta l'Italia.

Conclusione: L'Eredità di un Generale Sognatore

Guglielmo Pepe morì a Torino nel 1855, senza poter vedere l'Unità d'Italia per cui aveva lottato tutta la vita. Eppure, il suo contributo fu fondamentale. Egli dimostrò che la causa italiana non era una questione regionale, ma un impegno che univa la Calabria a Venezia, Napoli a Torino.

È stato il ponte tra l'era napoleonica e il Risorgimento maturo, l'uomo che ha cercato di trasformare i sudditi in cittadini e i soldati in patrioti. La sua vita ci insegna che anche nelle sconfitte più amare si può seminare il seme di una futura vittoria.

Guglielmo Pepe può essere definito il "filo rosso" del Risorgimento meridionale poiché la sua parabola biografica e politica incarna l'intera evoluzione del sentimento patriottico nel Sud, trasformandolo da utopia giacobina locale a progetto unitario nazionale. Egli visse quelle che Francesco De Sanctis definì le "tre rivoluzioni" (1799, 1820 e 1848), fungendo da ponte ideale e militare tra diverse generazioni di patrioti.

Ecco come la sua figura ha cucito insieme le diverse fasi storiche:

1. Il 1799: Il battesimo repubblicano

Pepe iniziò la sua carriera a soli 16 anni, arruolandosi nella Guardia Nazionale della Repubblica Napoletana. Combattendo contro le bande sanfediste del Cardinale Ruffo e venendo ferito al Ponte della Maddalena, Pepe rappresentò il legame fisico con i primi martiri della libertà meridionale. In carcere, l'incontro con Vincenzio Russo completò la sua formazione rivoluzionaria, portandolo a comprendere che la libertà richiedeva istituzioni moderne e un esercito nazionale.

2. Il periodo murattiano e l'idea di "Nazione Armata" (1806-1815)

Sotto Gioacchino Murat, Pepe divenne un ufficiale di alto rango, ma fu soprattutto il promotore di una visione nuova: l'esercito non doveva essere solo una guardia del corpo del Re, ma il braccio armato della Patria.

  • Il Proclama di Rimini (1815): Pepe fu tra gli ufficiali che spinsero Murat a cercare l'indipendenza italiana. Questo atto è considerato il "documento programmatico" che nazionalizzò la causa liberale, legando per sempre la libertà di Napoli all'indipendenza dell'intera penisola.

3. Il 1820: Il costituzionalismo nell'Esercito

Durante i moti del 1820, Pepe diede legittimità istituzionale alla rivolta dei sottotenenti Morelli e Silvati. Trasformò un "pronunciamento" di nicchia in una rivoluzione di sistema, imponendo la Costituzione di Cadice e dimostrando che l'esercito borbonico poteva farsi interprete delle aspirazioni civili del popolo. Nonostante la sconfitta di Rieti-Antrodoco, il suo lungo esilio successivo servì a internazionalizzare la "questione napoletana".

4. Il 1848: Il primato della Causa Nazionale

Il momento di massima rottura avvenne nel maggio 1848. Quando Ferdinando II ordinò al corpo di spedizione di rientrare dal Veneto, Pepe compì l'atto che lo rese un mito: disobbedì al sovrano in nome dell'Italia.

  • Portando con sé a Venezia un nucleo di ufficiali scelti (come Cosenz e Ulloa), Pepe stabilì il principio della diserzione legittima: se un re tradisce la Patria e la Costituzione, l'onore militare impone di disobbedire.

5. L'eredità verso il 1860 e l'Unità

Sebbene morto nel 1855, Pepe lasciò un'eredità materiale e morale decisiva per il crollo del Regno nel 1860:

  • I suoi allievi: Gli ufficiali che lo seguirono a Venezia divennero i vertici delle forze di Garibaldi e dei Savoia. Enrico Cosenz, suo braccio destro a Venezia, fu il primo Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano.

  • La staffetta ideale: Poco prima di morire, Pepe affidò la spada di Murat a Giuseppe Sirtori che fu il capo di stato maggiore di Garibaldi nell'Impresa dei Mille che sconfisse definitivamente l'esercito borbonico unendo il sud al neonato Regno d'Italia. Così, la memorie di Pepe rimase presente fino alle battaglie decisive del Risorgimento.

In sintesi, Pepe fu il collante che impedì al Risorgimento meridionale di restare un fenomeno isolato, trasformando l'onore dei soldati napoletani in un impegno patriottico nazionale che si concluse solo con la nascita dell'Italia unita

Cosa ne pensi, caro amico? Credi che la scelta di Pepe di disobbedire al Re per difendere Venezia sia stata un atto di tradimento o il più alto esempio di fedeltà alla Patria?


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