Patrie Storie: Guglielmo Pepe
- augustonegrini

- 2 giorni fa
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C'è una figura affascinante e forse meno celebrata di quanto meriterebbe nei manuali scolastici: Guglielmo Pepe. Un uomo che ha attraversato le epoche, servendo re e ideali, unendo il rigore militare alla passione rivoluzionaria.
Mettiti comodo, perché la sua è una storia di cavalleria, di giuramenti e di un sogno chiamato libertà.
Guglielmo Pepe: L’Anima Irrequieta del Risorgimento tra Due Regni e Mille Battaglie
L'Alba di un Eroe Meridionale
Per capire Guglielmo Pepe, dobbiamo immaginare il Regno delle Due Sicilie alla fine del Settecento. Nato a Squillace, in Calabria, nel 1783, Pepe non era un teorico da tavolino. Era un uomo d'azione, un soldato che sentiva il polso della storia battere forte. La sua formazione avvenne nel crogiolo della Repubblica Napoletana del 1799, un’esperienza che segnò il suo destino: giovanissimo, vide il sogno della libertà soffocato nel sangue dalla reazione borbonica.
Quell'evento non lo spezzò, ma forgiò in lui una convinzione incrollabile: l'Italia aveva bisogno di istituzioni moderne e di un esercito nazionale.
Al Servizio di Murat e l'Ideale Costituzionale
Dopo l'esilio e le campagne napoleoniche — dove combatté con distinzione, imparando l'arte della guerra moderna — Pepe tornò a Napoli sotto il regno di Gioacchino Murat. Fu proprio in questo periodo che la sua visione iniziò a farsi più chiara. Non bastava essere bravi soldati; bisognava che il popolo sentisse lo Stato come proprio.
Pepe divenne il promotore della Legione Provinciale, una sorta di milizia territoriale che mirava a coinvolgere i proprietari terrieri e i ceti medi nella difesa dell'ordine, ma anche nella consapevolezza politica. Era il primo germe di una "nazione in armi".
Il 1820: Il Grido di Nola e il Trionfo Illusorio
Il momento di massima gloria per Pepe arrivò nel luglio del 1820. Mentre il vento della rivolta soffiava dalla Spagna, a Nola i sottotenenti Morelli e Silvati diedero il via all'insurrezione chiedendo la Costituzione. Guglielmo Pepe, allora generale, non esitò. Si pose alla testa del movimento, convinto che il re Ferdinando I dovesse finalmente concedere i diritti civili al popolo.
Il suo ingresso a Napoli fu trionfale. Immagina la scena: migliaia di soldati e cittadini che sventolano il tricolore della Carboneria (nero, rosso e blu), con Pepe acclamato come il "Washington italiano". Fu un momento di pura ebbrezza patriottica. Tuttavia, la politica internazionale era un gioco crudele. Le potenze della Santa Alleanza non potevano tollerare una macchia costituzionale nel cuore del Mediterraneo.
Il Dramma di Rieti e l'Esilio
Il sogno svanì rapidamente. Nonostante l'entusiasmo, l'esercito costituzionale era disorganizzato e minato da divisioni interne. Nel 1821, a Rieti e Antrodoco, le truppe di Pepe si scontrarono con gli austriaci. Fu una disfatta. La restaurazione borbonica fu durissima e Pepe fu costretto a un lungo, amaro esilio tra Francia e Inghilterra.
In quegli anni non rimase inerte. Scrisse memorie, mantenne contatti con i patrioti di tutta Europa e divenne un simbolo vivente della resistenza italiana. La sua figura servì a ricordare a tutti che il Sud non era solo terra di briganti e reazionari, ma anche culla di spiriti liberali pronti al sacrificio.
1848: L'Ultimo Atto Eroico a Venezia
Molti uomini si sarebbero arresi alla vecchiaia e alla delusione, ma non Pepe. Quando nel 1848 l'Europa intera si incendiò, egli tornò in Italia. Il re Ferdinando II, inizialmente piegato dalle rivolte, gli affidò il comando di un corpo di spedizione per aiutare i piemontesi contro l'Austria.
Ma il Borbone cambiò idea quasi subito, ordinando il rientro delle truppe. Qui emerge la grandezza morale di Guglielmo Pepe: disobbedì al suo sovrano in nome di un ideale superiore. Con una parte dei suoi uomini, si diresse a Venezia, che stava resistendo eroicamente sotto la guida di Daniele Manin. L'8 giugno Pepe oltrepassa il Po con i volontari, raggiungendo la città lagunare cinque giorni dopo. Superando il fiume, Pepe si rivolge ai suoi soldati pronunciando le parole: "Di qua l'onore, di là la vergogna!
A Venezia, Pepe divenne il comandante delle forze di terra. Difese la città lagunare con un vigore incredibile, nonostante la fame, il colera e i bombardamenti austriaci. Fu l'ultimo a cedere, lasciando la città solo quando ogni speranza era perduta, portando con sé l'onore delle armi e il rispetto di tutta l'Italia.
Conclusione: L'Eredità di un Generale Sognatore
Guglielmo Pepe morì a Torino nel 1855, senza poter vedere l'Unità d'Italia per cui aveva lottato tutta la vita. Eppure, il suo contributo fu fondamentale. Egli dimostrò che la causa italiana non era una questione regionale, ma un impegno che univa la Calabria a Venezia, Napoli a Torino.
È stato il ponte tra l'era napoleonica e il Risorgimento maturo, l'uomo che ha cercato di trasformare i sudditi in cittadini e i soldati in patrioti. La sua vita ci insegna che anche nelle sconfitte più amare si può seminare il seme di una futura vittoria.
Cosa ne pensi, caro amico? Credi che la scelta di Pepe di disobbedire al Re per difendere Venezia sia stata un atto di tradimento o il più alto esempio di fedeltà alla Patria?









































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