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Testarossa: gli italiani e la Formula 1, da Patrese ad Antonelli

27 set
Tempo di lettura: 7 min

Buongiorno, cari amici dell'odore di miscela e della gomma bruciata. Oggi parliamo di noi, degli italiani. Parliamo di quel rapporto viscerale, passionale e spesso crudelmente contraddittorio che esiste tra i tifosi del nostro Bel Paese (in particolar modo i ferventi "ferraristi") e i piloti nati entro i nostri confini. La nostra è una storia fatta di vette inarrivabili e abissi di delusione. È la storia di un amore che spesso ha dovuto fare i conti con un terzo incomodo, tanto ingombrante quanto magnifico: la Scuderia Ferrari.  


L'Amore Tormentato tra l'Italia, la Ferrari e i Suoi Eroi del Volante, Fino al Miracolo di Monza


La "Religione" del Cavallino e il Calcio dei Motori


Per capire il cuore del tifoso italiano, bisogna fare una premessa psicologica. In Italia, l'automobilismo non è solo uno sport, è una vera e propria religione, e il tempio massimo di questa fede risiede a Maranello. Per la stragrande maggioranza della tifoseria tricolore, il legame sanguigno e viscerale è con la macchina, con il Cavallino Rampante, e non necessariamente con il passaporto dell'uomo che stringe il volante.  


È un paradosso squisitamente nostrano. Pensateci bene: il problema è molto analogo a quello del calcio. Proprio come un tifoso di club preferisce di gran lunga vedere la propria squadra trionfare imbottita di fuoriclasse stranieri piuttosto che galleggiare a metà classifica con una rosa di soli italiani, il ferrarista medio ha sempre preferito gioire per una Rossa vincente guidata da uno Schumacher o da un Räikkönen, piuttosto che accontentarsi di una Ferrari perdente ma guidata da un pilota di casa nostra. Il pilota italiano, se non veste di rosso, diventa quasi un fastidio; se veste di rosso ma non vince, diventa un bersaglio.  


1983: Il Dramma di Patrese e le Lacrime delle Acque Minerali


L'esempio più lampante, e forse il più doloroso nella storia del nostro motorsport, ci riporta indietro nel tempo, precisamente al 1983, sulle sponde del fiume Santerno. Siamo a Imola, circuito tecnico, spietato, magnifico. Riccardo Patrese, padovano dal piede pesantissimo, è alla guida di una formidabile Brabham targata Parmalat, spinta dal brutale motore turbo BMW.


In quella gara, Patrese sta guidando come un eroe. A pochi giri dalla fine, compie un capolavoro: supera la Ferrari di Patrick Tambay e si porta in testa al Gran Premio di San Marino. Sugli spalti, gremiti di sciarpe rosse, cala un gelo surreale. Un italiano sta per vincere il Gran Premio di casa, ma lo sta facendo "contro" la Ferrari. Poi, il dramma. Alla staccata infida delle Acque Minerali – una discesa mozzafiato seguita da una compressione e da una doppia curva a destra che mette a durissima prova freni e sospensioni – Patrese mette una ruota sullo sporco. La Brabham perde aderenza e finisce la sua corsa contro le barriere, consegnando di fatto la vittoria a Tambay.  


Quello che successe in quel momento è una ferita che ha sanguinato a lungo: la folla di Imola esplose in un boato di gioia. Esultarono per il ritiro e la disgrazia di un pilota italiano, anteponendo il trionfo della Rossa di Maranello, per giunta guidata da un pilota francese, al patriottismo. Fu un momento pietoso. Ci vollero anni di sacrifici e la meravigliosa vittoria di Patrese con la Williams nel 1990 – sempre lì, a Imola, finalmente applaudito e abbracciato da tutto il circuito – affinché il pubblico italiano gli riconoscesse il suo immenso valore, perdonandogli il "peccato" originale di aver osato sfidare l'onnipotente Ferrari (o piuttosto loro perdonandosi con Patrese per aver acclamato la sua sconfitta nell'83).  


L'Era d'Oro e il Lento Declino: Dal Record del 1989 al Vuoto


Eppure, c'è stato un tempo in cui l'Italia dominava la griglia di partenza in termini numerici. Il record assoluto di presenze tricolori in un weekend di Formula 1 risale al Gran Premio d'Italia del 1989 a Monza. Pensate un po': ben 14 piloti italiani iscritti all'evento, di cui 10 qualificati per la griglia di partenza e 4 eliminati nella crudele giungla delle pre-qualifiche. Era un'epoca d'oro, in cui il talento nostrano trovava sfogo in scuderie come Minardi, Osella, Dallara, Coloni.  


Ma perché, da quel 1989, il numero è andato inesorabilmente in declino fino a sfiorare lo zero negli anni 2000? I motivi sono molteplici e crudi. In primis, il fattore economico: la Formula 1 è mutata, diventando uno sport dai costi stratosferici, dove i piloti hanno iniziato a dipendere in modo viscerale da ricchi sponsor personali o da capitali enormi. In Italia, queste risorse sono progressivamente venute a mancare per i giovani prospetti.

A questo si unisce la crisi sistemica dei nostri vivai e del mondo dei kart: le categorie formative nazionali hanno perso smalto e competitività di fronte ai programmi iper-strutturati delle federazioni estere o delle accademie legate direttamente ai grandi team, come la stessa Ferrari Driver Academy che, pur essendo nata in Italia, opera inevitabilmente su una scala di talenti globale. Infine, la spietata globalizzazione della F1, che ha spostato il baricentro verso mercati esteri, accogliendo piloti portatori di valigie gonfie di petrodollari o sponsorizzazioni internazionali, e chiudendo di fatto le porte alla vecchia e romantica tradizione motoristica italiana. Forse il problema di fondo è analogo a quello dei calciatori italiani che contavano meno delle squadre. Ed eccoci al punto in cui da tre edizioni consecutive dei mondiali di calcio, la tetracampionessa Italia non va ai mondiali.



Il Tabù Infranto: Michele Alboreto, l'Ultimo Eroe Romantico


In questa narrazione, c'è un capitolo che brilla di una luce malinconica e bellissima. È la storia di come il Grande Vecchio, Enzo Ferrari in persona, decise di infrangere una sua personalissima regola. Enzo, infatti, era storicamente terrorizzato dall'idea di ingaggiare piloti italiani. Il motivo? La pressione mediatica della stampa nazionale era asfissiante, certo, ma soprattutto nel cuore di Enzo pesava il ricordo drammatico, intriso di sangue, dei campioni italiani morti al volante delle sue vetture negli anni ruggenti e fatali degli anni '50 e '60: Ascari, Castellotti, Musso, e il povero Lorenzo Bandini.  


Ma poi arrivò lui. Milanese, elegante, dotato di un talento cristallino e di una signorilità d'altri tempi: Michele Alboreto. Il "Drake", affascinato dalla classe di questo ragazzo, fece un'eccezione, trasformandolo nel 1984 nel primo pilota italiano a tempo pieno su una Rossa dai tempi del mitico Arturo Merzario nel 1973. Il 1985 doveva essere l'anno della consacrazione definitiva. Alboreto disputò una stagione da incorniciare, lottando ad armi pari, curva dopo curva, contro il "Professore" Alain Prost e la sua formidabile McLaren.

Dopo una vittoria sublime al Nürburgring in Germania, Michele era leader del mondiale. Sembrava fatta. Ma il destino, sotto forma di ingegneria, si mise di traverso. Nelle ultime cinque gare si consumò una tragedia sportiva: cinque ritiri consecutivi. Non mancò il manico a Michele, mancò la vettura. A metà stagione, per scelte politiche e industriali, la Ferrari decise di abbandonare le affidabili turbine KKK per passare alle Garrett. Queste nuove componenti si rivelarono disastrosamente incompatibili con l'architettura del motore di Maranello.

Alboreto fu vittima di una serie fantozziana di cedimenti – motore, turbo, frizione – che consegnarono il titolo a Prost su un piatto d'argento. Michele non vinse il mondiale, ma vinse per sempre l'amore incondizionato degli italiani, diventando un'icona immortale prima della sua tragica e prematura scomparsa al Lausitzring nel 2001.  


2026: La Catarsi di Monza, Kimi Antonelli e i Ricchi e Poveri


E arriviamo ai giorni nostri, al miracolo che ha finalmente sanato quella vecchia ferita di Imola '83, chiudendo un cerchio durato quarant'anni e spiccioli. Settembre 2026. L'Autodromo Nazionale di Monza, il Tempio della Velocità.


Il weekend per la Ferrari è da dimenticare: Charles Leclerc finisce rovinosamente a muro alla celeberrima curva Parabolica – oggi curva Alboreto, ironia del destino – causando una bandiera rossa e la disperazione del popolo ferrarista. Ma proprio quando le bandiere del Cavallino sembrano destinate ad ammainarsi, ecco che sorge l'alba di una nuova era.  


Il ventenne italiano Andrea Kimi Antonelli, al volante della Mercedes, si rende protagonista di una gara che i posteri studieranno nei manuali del motorsport. A causa di una pesante penalità, Kimi scatta dalle retrovie, in 19ª posizione. Quello che segue è pura poesia meccanica: 26 sorpassi chirurgici, aggressivi, puliti, l'ultimo dei quali ai danni dell'esperto compagno di scuderia George Russell. Antonelli taglia il traguardo per primo.  


È un momento tellurico. Un pilota italiano torna a vincere a Monza esattamente 60 anni dopo l'ultima volta, quando Ludovico Scarfiotti trionfò nel 1966. Ma la vera magia, la vera catarsi sociologica, non avviene in pista, ma sugli spalti e sotto al podio. I tifosi della Ferrari, gli stessi che quarantatré anni prima avevano esultato per l'uscita di pista di Patrese pur di veder vincere un'auto rossa guidata da uno straniero, questa volta si spogliano del cieco integralismo di scuderia. La marea rossa invade la pista e "adotta" letteralmente il giovane talento della Mercedes. L'Italia, affamata di un campione del mondo fin dai tempi del nostro rimpianto Alboreto (il cui talento inespresso urla ancora vendetta), riconosce in Kimi – un nome che ironicamente omaggia Räikkönen, l'ultimo iridato in rosso – il profeta tanto atteso.  


La scena finale è degna di un film felliniano: migliaia di ferraristi delusi per il disastro della propria squadra, che si trasformano in un'unica voce, trasformando il rettilineo principale di Monza in una gigantesca discoteca a cielo aperto. Sotto il podio, mentre Kimi Antonelli alza la coppa, parte un coro assordante: "Sarà perché ti amo" dei Ricchi e Poveri. Una canzone nazionalpopolare cantata a squarciagola, a celebrare la vittoria di un italiano, su una macchina tedesca, nel feudo della Ferrari.  


È la prova definitiva che quando il talento è puro e cristallino come l'acqua di fonte, l'Italia dei motori sa ancora superare i vecchi dogmi e unirsi sotto un'unica, meravigliosa bandiera tricolore.  





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