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Dolci Storie: il legame tra la Gianduia e la 'nduja

29 set
Tempo di lettura: 5 min

Benvenuti nella mia cucina virtuale, cari amici di Dolci storie! 🍳🍷 Mettetevi comodi, versatevi un calice di buon vino e preparatevi a un viaggio straordinario che unisce i due estremi del nostro meraviglioso stivale: il Piemonte e la Calabria. Oggi vi racconterò una di quelle storie culinarie che sembrano nate da un romanzo d'avventura, svelandovi perché due eccellenze così apparentemente distanti come la gianduia piemontese e la 'nduja calabrese condividono un nome così curiosamente simile e una deliziosa anima... spalmabile! ✨


Due mondi, un'unica eco fonetica: l'impronta di Napoleone

Nonostante non esista una parentela linguistica ufficiale o diretta tra la parola gianduia e la parola 'nduja, la loro forte somiglianza fonetica non è affatto casuale: entrambe le parole possiedono infatti una profonda e documentata connessione con la lingua francese e con il mondo dei salumi. Questo affascinante legame è il risultato dell'influenza culturale e linguistica che la Francia napoleonica ha esercitato contemporaneamente ai due estremi d'Italia all'inizio del XIX secolo.  


Entriamo nel dettaglio di queste due storie meravigliose!


1. L'anima ardente della 'Nduja calabrese

La 'nduja calabrese deve il suo nome quasi certamente al termine francese andouille, un insaccato tradizionale a base di trippa e interiora di maiale.  


  • La storia: La teoria storicamente più accreditata sostiene che l'ancestore della 'nduja sia stato introdotto in Calabria dai francesi durante il periodo napoleonico (all'inizio dell'Ottocento), sotto il regno di Gioacchino Murat. I contadini calabresi presero l'idea della andouille francese e la riadattarono magistralmente usando carne di maiale e una massiccia, generosa dose di peperoncino locale.  


  • La fonetica: Nel dialetto calabrese (in particolare a Spilinga, la vera patria della 'nduja), la parola si pronuncia con la tipica "j" fricativa, molto simile a quella francese di jour. La parola andouille (pronunciata "anduj") è stata semplicemente privata della "a" iniziale — un fenomeno linguistico noto come aferesi —, trasformandosi così nella nostra amata 'nduja.  


2. Il fascino dolcissimo della Gianduia piemontese

Il cioccolato gianduia prende invece il nome dall'omonima e celebre maschera torinese del carnevale e dei burattini: Gianduja. L'origine del nome della maschera (nata tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento) si muove su due binari, ed entrambi richiamano direttamente la fonetica della 'nduja:  


  • La teoria piemontese (La "Doja"): Il nome deriverebbe dall'espressione piemontese Gioann dla doja (cioè "Giovanni del boccale/orcio", poiché il personaggio amava follemente il vino). In Piemonte, infatti, esiste un salame conservato nel grasso all'interno di vasi di terracotta chiamati doje, noto come salam dla doja. Curiosamente, la parola piemontese doja e la parola francese andouille condividono la stessa lontana radice latina (inductilia o dolium).  


  • La teoria francese ("Jean Andouille"): Una seconda tesi storica suggerisce che la maschera piemontese sia nata originariamente come satira antinapoleonica. I burattinai torinesi avrebbero ricalcato l'insulto francese Jean Andouille. Oltralpe, dare della "salsiccia" (andouille) a qualcuno equivaleva a dargli dello stolto o dell'imbecille. Per una tipica storpiatura dialettale, Jean Andouille sarebbe diventato Gian D'Anduja e infine Gianduja.  


  • Dalla necessita, virtù: la gianduia rappresenta altro esempio di come gli italiani danno il meglio di sé stessi in momenti di difficoltà:  la nascita del gianduia è legata al Blocco Continentale imposto da Napoleone nel 1806. Napoleone vietò i commerci con la Gran Bretagna e le sue colonie per mettere in ginocchio l'economia inglese. Questa misura rese rarissimi e carissimi i prodotti d'importazione come il cacao in Europa e nel Regno di Sardegna (Piemonte).  Per tagliare i costi e far durare le scorte, i pasticceri di Torino decisero di allungare il cacao rimasto mescolandolo a un ingrediente locale, abbondante ed economico: la nocciola delle Langhe, tritata finemente. Questa miscela è l'origine della Gianduia, da cui un secolo dopo nascerà la mondialmente famosa Nutella.


Entrambi spalmabili? E qual è la storia del Salam dla Doja?

Sì, cari golosi! Entrambi i prodotti sono famosi nel mondo proprio per la loro consistenza spalmabile, sebbene appartengano a universi gastronomici totalmente opposti (il dolce e il salato) 🍫🌶️:


  • La crema Gianduia: Nacque originariamente come cioccolatino solido (il mitico Gianduiotto nel 1865). Tuttavia, grazie all'alto contenuto di olio naturale delle nocciole e all'evoluzione industriale — culminata con la Supercrema Ferrero e poi con la Nutella —, la versione in crema è diventata un'icona planetaria.


  • La 'Nduja calabrese: È un vero e proprio unicum nel panorama dei salumi. Grazie all'elevata percentuale di grasso nobile del maiale e all'azione del peperoncino, non si indurisce mai durante la stagionatura, rimanendo sempre morbida, pastosa e pronta da spalmare, specialmente se leggermente scaldata.


Ma tornando al Piemonte, qual è la storia del leggendario Salame della Doja (Salam dla doja)? 🏺

È una perla della tradizione contadina del Piemonte orientale (in particolare delle province di Novara, Vercelli e Biella), nata per rispondere a una sfida climatica: nelle pianure novaresi e vercellesi l'umidità estiva è altissima, e i salami tradizionali appesi in cantina rischiavano di marcire o seccarsi troppo in fretta.

Per conservarli tutto l'anno, i contadini inventarono un metodo geniale: dopo aver prodotto salami freschi con carne di maiale di prima scelta, aglio e vino rosso (spesso Barbera o Nebbiolo) e averli fatti asciugare per pochi giorni, li affogavano completamente all'interno della doja (l'orcio in terracotta) colmando ogni spazio con strutto fuso. Una volta freddo, lo strutto solidificava sigillando il salame dall'aria e dai batteri. Il salame continuava così a maturare lentissimamente nel grasso, rimanendo incredibilmente morbido, succoso e pastoso anche dopo mesi. Una volta estratto, bastava pulirlo dal grasso in eccesso ed era pronto a trionfare in tavola!


Un consiglio dalla cucina di Dolci storie 👩‍🍳🍷

Se volete portare queste meraviglie in tavola, vi consiglio di provare un crostino di pane cafone abbrustolito con un velo generoso di 'nduja calabrese, accompagnato da un calice di Cirò rosso. Per finire in dolcezza, concedetevi una fetta di pane spalmata di crema gianduia artigianale, sorseggiando magari un bicchiere di Barolo Chinato o un passito piemontese. La nostra cucina è un ponte continuo tra passato e presente, fatto di ingegno contadino e sapori indimenticabili.


Ora ditemi, cari amici: quale di queste due storie vi ha sorpreso di più? Siete più da "fuoco calabrese" o da "dolcezza sabauda"? Scrivetelo nei commenti e... continuate a cucinare con passione! 👇✨




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