Stilnovista: gli anglicismi e l'itanglese

Sul tema degli anglicismi abusivi nella lingua italiana si è già parlato e straparlato. Ma questo fenomeno non esce mai di moda e sembra lontano da stabilizzarsi, al punto di oggi definirsi l’italiano invaso da anglicismi “itanglese”: una chimera che raduna una miriade di "anglicismi crudi" o "prestiti integrali", ovvero parole che entrano nel dizionario senza subire alcun adattamento fonetico o morfologico alle regole dell'italiano (come invece accadeva in passato con termini come "bistecca" o "sceriffo"). Oggi, una parola nuova su due che entra nei dizionari è un anglicismo non adattato.
Linguisti come Claudio Marazzini (Presidente dell'Accademia della Crusca) e Luca Serianni sostengono che l'abuso di termini inglesi sia spesso inutile e dannoso per la trasparenza verso i cittadini. Anche all'estero il Financial Times e altri osservatori lo definiscono come un inglese "farlocco", cioè un inglese che fuori dall'Italia nessuno capisce. Questo include i numerosi pseudoanglicismi: termini che suonano inglesi ma che non esistono nei paesi anglofoni con quel significato, come smart working, self-bar, beauty case o footing.
Ecco i principali segnali e le tappe evolutive della diffusione degli anglicismi in Italia:
Radici storiche (Inizio '900 - Anni '20): Alcuni termini, definiti oggi "pseudoanglicismi" o calchi, sono entrati nell'uso molto presto. Ad esempio, il termine "block-notes" (derivato dal francese bloc-notes) è in uso fin dall'inizio del secolo scorso. Anche il calco semantico del verbo "realizzare" (nel senso di "rendersi conto", dall'inglese to realize) è attestato già dagli anni Venti.
L'esplosione del secondo dopoguerra: Il vero punto di svolta si è verificato dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l'influenza economica, politica e culturale degli Stati Uniti ha iniziato a crescere esponenzialmente. In questo periodo, termini come "self-service", "weekend" e "computer" hanno iniziato a radicarsi profondamente nella lingua quotidiana.
Segnali statistici di crescita: I dati mostrano un'accelerazione impressionante. Negli anni Quaranta e Cinquanta, gli anglicismi crudi rappresentavano solo il 3,6% delle parole nuove. Nel 1990, il dizionario Devoto-Oli ne registrava circa 1.700.
Cambiamenti fonetici e ortografici: Un segnale precoce dell'adattamento degli italiani a questa tendenza è stata l'abitudine a pronunciare parole che terminano con due consonanti, come "sport" o "film", strutture precedentemente estranee alla fonetica italiana tradizionale.
L'imitazione culturale: Un segnale di costume significativo è rappresentato dalla canzone di Adriano Celentano del 1972, "Prisencolinensinainciusol", che nasceva proprio per scimmiottare i suoni e la cadenza dell'inglese americano, allora percepito come estremamente affascinante e moderno.
Passaggio all'uso "compulsivo" contemporaneo: Dagli anni Novanta in poi, il fenomeno è diventato esponenziale: nel 2020 il numero di anglicismi crudi nel dizionario è salito a 4.000, e nel nuovo millennio una parola nuova su due che entra nel dizionario è un anglicismo non adattato.
Questa voglia di dimostrare sofisticazione tramite l'uso sfrenato degli anglicismi tuttavia finisce solo per dimostrare provincialismo, perché questo fenomeno è visto non come un segno di vera internazionalizzazione e nemmeno di cultura sfoggiata, ma come un sintomo di insicurezza e sudditanza culturale verso modelli stranieri percepiti come superiori. Ci sono diverse ragioni specifiche per cui questo atteggiamento può essere etichettato come provinciale:
Insicurezza e ricerca di prestigio: Il "provinciale" è descritto come un individuo insicuro che dubita della propria identità e, per questo, spalanca le porte a tutto ciò che viene dall'esterno nella speranza di apparire più moderno, "cool" o al passo con i tempi. Questo porta allo snobismo provinciale, ovvero lo sfoggiare quel poco che si sa di una lingua prestigiosa (l'inglese) solo per "farsi belli" o "pavoneggiarsi".
L'effetto "Nando Mericoni": Molti autori richiamano il personaggio interpretato da Alberto Sordi in Un americano a Roma (1954), che scimmiotta i suoni americani senza conoscerli davvero,. Allo stesso modo, l'uso di anglicismi da parte di chi non padroneggia l'inglese è considerato una "pura finzione". Chi conosce davvero una lingua straniera, infatti, non sente il bisogno di esibirla fuori luogo. Rientra in questo quadro anche la canzone napoletana Tu vùo fà l‘americano di Renato Carosone (1956).
Accettazione passiva e pigrizia: Il provincialismo si manifesta nella pigrizia linguistica di chi accoglie passivamente termini che gli vengono "buttati addosso" dai media e dalla politica (come lockdown, droplet o boost), senza compiere il minimo sforzo creativo per tradurli o adattarli.
Elitarismo e "Latinorum": L'uso dell'inglese in contesti istituzionali è definito da alcuni studiosi come un "latinorum contemporaneo", uno strumento di potere usato per intimidire o escludere chi non lo conosce,. Questo desiderio di dominio ("io parlo una lingua che tu non sai") è visto come una forma di provincialismo che allontana le istituzioni dal popolo.
Sfiducia nella propria lingua: Si manifesta una sorta di pregiudizio per cui l'italiano sarebbe "vecchio" o inadatto a descrivere la modernità, a differenza dell'inglese considerato "infallibile",. Questo porta a sostituire termini italiani precisi con anglicismi generici (es. location al posto di posto, sede o sala), impoverendo la nostra capacità di riflessione,.
In sintesi, l'uso ostentato di queste parole non favorisce la comprensione globale, ma afferma una debolezza della cultura nazionale che non riesce più a nominare il cambiamento con i propri strumenti.
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