Patrie Storie: le elezioni italiane del 1946 e l'Ucraina oggi

Buonasera e benvenuti a Patrie Storie! Oggi analizziamo, con il rigore della storia e la bussola del diritto costituzionale, quanto sia grottesca e strumentale la narrazione filorussa che pretende elezioni in Ucraina con la guerra in pieno corso. Mettiamo nero su bianco i fatti, paragonando l'attuale tragedia ucraina al quadro storico italiano del 1946 e smontando metodicamente le bugie del Cremlino.
1. Il Mito delle Elezioni sotto le Bombe: La Lezione dell'Italia e dell'Inghilterra nel 1946
La pretesa che uno Stato sotto attacco debba organizzare consultazioni elettorali nazionali calpestando ogni criterio di sicurezza è giuridicamente folle e storicamente infondata.
Né l'Inghilterra né il Regno del Sud promossero elezioni durante la guerra: Nel Regno del Sud (controllato dal governo e dagli Alleati tra il settembre 1943 e il giugno 1944) non si tenne alcuna elezione politica o amministrativa; i comuni furono amministrati in via provvisoria da giunte e sindaci nominati dalle autorità militari (AMGOT) o dai prefetti. Le prime elezioni amministrative si ebbero solo nella primavera del 1946, seguite dal referendum del 2-3 giugno 1946.
Il precedente britannico: In Gran Bretagna le elezioni politiche si sarebbero dovute tenere entro il 1940 (dopo quelle del 1935), ma la durata del Parlamento fu prorogata anno dopo anno per legge (Prolongation of Parliament Acts) a causa dello stato di emergenza bellica e dei bombardamenti. Le elezioni generali si tennero solo a guerra finita in Europa, nel luglio del 1945.
In Italia dopo l'8 settembre 1943, poiché lo Statuto Albertino era di fatto congelato e il Parlamento (la Camera dei Fasci e delle Corporazioni) era stato sciolto, la legittimità di questi governi poggiava su norme transitorie decretate d'urgenza: I membri del governo venivano scelti dai direttivi dei sei partiti del CLN: Partito Comunista Italiano (PCI), Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), Partito d'Azione (PdA), Democrazia Cristiana (DC), Partito Democratico del Lavoro (DL) e Partito Liberale Italiano (PLI).
All'interno del CLN vigeva la regola della parità tra le sei forze politiche. Indipendentemente dalla consistenza reale del partito (che non poteva essere misurata con il voto), a ogni formazione veniva garantito un peso equivalente nella spartizione dei ministeri chiave.
Ogni partito designava i propri rappresentanti di spicco da inserire nella compagine ministeriale (ad esempio, Palmiro Togliatti per il PCI, Alcide De Gasperi per la DC, Pietro Nenni per il PSIUP). La scelta del Presidente del Consiglio (come Bonomi o Parri) era il frutto di un compromesso per trovare una figura di alto profilo etico e politico che potesse mediare tra le diverse anime del CLN (quella più moderata di DC e liberali e quella più rivoluzionaria di azionisti e sinistre).
Pretendere che l'Ucraina voti sotto una pioggia quotidiana di missili e droni significa ignorare la realtà materiale: l'impossibilità assoluta di garantire il diritto alla vita, alla segretezza e all'universalità del voto.
2. La Posizione di Togliatti e la Priorità Antifascista
È particolarmente esilarante quando la sinistra filorussa (o chi ne fa una parodia ideologica) tenta di dare lezioni storiche ignorando i propri padri costituenti.
Appena rientrato dall'esilio di Mosca nell'aprile del 1944, fu proprio Palmiro Togliatti a farsi promotore della "Svolta di Salerno", sostenendo con forza che la scelta istituzionale e le elezioni dovessero essere rimandate a guerra finita.
La priorità assoluta per Togliatti e per il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) era la sconfitta delle forze nazifasciste e la liberazione del Paese. Qualsiasi divisione interna sulla forma dello Stato (Monarchia o Repubblica) avrebbe lacerato l'unità nazionale nel momento dello sforzo bellico. Applicare questo metro all'Ucraina di oggi significa riconoscere che la priorità esistenziale è sconfiggere l'aggressore, non suicidarsi politicamente aprendo seggi elettorali nei territori sotto tiro.
3. La Luogotenenza e la Legittimità Costituzionale: Il Rifiuto di Abdicare in Guerra
Contrariamente alle favole dei "conservatori" di corte filorussi, la gestione istituzionale italiana fu improntata alla massima prudenza giuridica per evitare il collasso dello Stato:
Il rifiuto di abdicare del Re: Nel 1944 Vittorio Emanuele III si oppose fermamente all'abdicazione formale con la guerra ancora in corso, sostenendo che un trauma istituzionale avrebbe mandato nel caos le forze armate e gli Alleati. La soluzione fu trovata nella Luogotenenza Generale del Regno a favore del Principe Umberto (giugno 1944), salvaguardando la continuità dello Stato.
Le contestazioni sui numeri: A guerra finita, i monarchici contestarono la legittimità del referendum del 1946 proprio perché territori interi come Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara e l'Alto Adige (Bolzano) non avevano potuto votare a causa dell'occupazione militare straniera e dell'incertezza dei confini. Gridarono al "voto mutilato". Eppure, anche includendo quelle aree (storicamente orientate a nord verso la repubblica o comunque escluse per forza maggiore), il divario di due milioni di voti in favore della Repubblica non sarebbe mai stato colmato.
4. Il Quadro Ucraino Oggi: Una Difficoltà Amplificata all'Ennesima Potenza
Se l'Italia del 1946 escluse una minima percentuale di territorio (circa il 2,5% e meno del 4-5% del corpo elettorale), la situazione ucraina odierna rende qualsiasi tornata elettorale una farsa irrealizzabile e anticostituzionale:
Territorio occupato e milioni di ostaggi: Circa il 19-20% del territorio ucraino è occupato militarmente. Circa 3,5 milioni di cittadini vivono sotto il giogo degli occupanti soffrendo la russificazione forzata, dove le uniche "elezioni" possibili sono quelle farsa fatte sotto la canna delle mitragliatrici (come i finti referendum nel Donbass condannati dall'ONU e da leader come Mario Draghi nel suo discorso all'Assemblea Generale del 2022). E quindi non possiedono alcuna validità legale o democratica
La diaspora e gli sfollati: L'Ucraina ha circa 5,6 milioni di rifugiati all'estero e circa 4 milioni di sfollati interni. In totale, tra il 30% e il 40% dell'intero corpo elettorale è disperso, sradicato o sotto occupazione. Creare liste elettorali sicure e verificabili è tecnicamente impossibile.
Il terrorismo missilistico sui civili: Quando la Russia lancia sciami di droni e missili balistici su città come Kharkiv, colpendo condomini, ospedali e infrastrutture energetiche (provocando morti quotidiane anche tra i bambini), aprire i seggi significherebbe allestire bersagli umani deliberati per i bombardamenti di Mosca.
Osservando il contesto in modo ancor più chiaro, se nel 1946 l'Italia dovette rinunciare al voto di una piccola percentuale della sua popolazione, in Ucraina la quota di cittadini e territorio che non potrebbe partecipare a elezioni democratiche è massiccia, arrivando a compromettere la quasi totalità del corpo elettorale potenziale se si sommano rifugiati e sfollati.
Indicatore | Italia (Referendum 1946) | Ucraina (Situazione Attuale) |
Territorio Escluso | ~2,5% (Province di Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara e Bolzano) | ~19% - 20% del territorio nazionale occupato militarmente |
Popolazione Residente sotto Occupazione | ~1,2 milioni di persone nei territori contesi | ~3 - 3,5 milioni di cittadini stimati nelle zone occupate |
Cittadini all'Estero / Rifugiati | ~500.000 (Prigionieri di guerra non ancora rimpatriati) | ~5,6 milioni di rifugiati fuori dai confini nazionali |
Sfollati Interni | Pochi nuclei disorganizzati nell'immediato dopoguerra | ~4 milioni di sfollati interni che hanno cambiato regione |
Impatto sul Corpo Elettorale | Minore del 4-5% degli aventi diritto esclusi o impossibilitati | Circa il 30% - 40% dell'intero corpo elettorale disperso, all'estero o sotto occupazione |
La Posizione della Comunità Internazionale
Non è un capriccio di Volodymyr Zelensky: la costituzione ucraina e i principi legali di tutte le nazioni democratiche europee stabiliscono che durante lo stato di guerra i mandati parlamentari e presidenziali sono prorogati per garantire la continuità dello Stato e impedire che il nemico sfrutti il caos istituzionale.
Richiedere elezioni in Ucraina mentre Mosca bombarda i civili non è un'istanza democratica: è una strategia di destabilizzazione cinica e mirata, concepita nei laboratori della propaganda del Cremlino per spezzare la resistenza di un intero popolo.
Conclusioni
Nel 1946 l'esclusione dei prigionieri di guerra fu l'arma polemica dei monarchici per gridare al "voto mutilato". In Ucraina, con quasi 10 milioni di cittadini costretti a lasciare le proprie case (tra profughi all'estero e sfollati interni), è tecnicamente impossibile garantire l'aggiornamento dei registri elettorali, la costituzione di seggi sicuri e la parità di accesso al voto.
Inoltre, mentre l'Italia votò nel giugno del 1946 a ostilità completamente cessate da oltre un anno, l'Ucraina affronta una guerra attiva con bombardamenti quotidiani sulle infrastrutture civili. Aprire i seggi significherebbe creare deliberatamente dei bersagli d'alto valore per gli attacchi missilistici, violando il dovere primario dello Stato di proteggere la vita dei propri cittadini.
Sia la costituzione ucraina sia il diritto comparato europeo (compresi i precedenti storici britannici e italiani) stabiliscono che durante lo stato di guerra i mandati presidenziali e parlamentari vengono prorogati per garantire la continuità dello Stato. Chiedere elezioni immediate in un Paese occupato al 20% e con un terzo della popolazione in fuga non è una richiesta di democrazia, ma un tentativo di destabilizzazione istituzionale.










































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