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Patrie storie: l'insurrezione di Bologna (1848)


Benvenuti nella nostra aula di Patrie Storie! Sono felice di accogliervi in questo viaggio nel nostro straordinario passato, attraverso le vicende che hanno plasmato l'Italia. Non c'è gioia più grande che rispolverare insieme le pagine più fiero, tumultuose e avvincenti del nostro Risorgimento. Oggi vediamo una delle corde più vibranti dell'epopea risorgimentale emiliana e nazionale: la giornata dell'8 agosto 1848 a Bologna, passata alla storia per la celebre cacciata degli austriaci dalla città dopo l'eroica battaglia della Montagnola (spesso ricordata nella tradizione e nei racconti popolari come la grande "scacciata" o "sponsata" degli occupanti).


Quando la Superba Bologna Cacciò l'Aquila Asburgica: Il Miracolo dell'8 Agosto 1848

Introduzione: La Primavera dei Popoli e il Risveglio dell'Emilia

Nel 1848 l'Europa bruciava d'un fuoco nuovo. Da Parigi a Vienna, da Milano a Palermo, un'unica parola d'ordine scuoteva i troni assoluti: libertà. Quella che gli storici avrebbero battezzato la "Primavera dei Popoli" non fu un semplice moto intellettuale, ma una vera ed esplosiva insurrezione corale che travolse i confini stabiliti dal Congresso di Vienna del 1815.

In questo quadro di fervore nazionale, l'Italia si trovava a un crocevia storico. Le città della penisola non chiedevano più soltanto riforme amministrative o carte costituzionali; aspiravano all'indipendenza dallo straniero e all'unità. E in questo scacchiere, Bologna occupava una posizione geopolitica ed emotiva del tutto peculiare. Seconda città dello Stato Pontificio per importanza economica e demografica, culla della più antica università del mondo occidentale, Bologna era una piazza forte del libero pensiero, viva, focosa, mai del tutto addomesticata dal governo dei legati papali.

Per comprendere la giornata memorabile dell'8 agosto 1848, occorre fare un passo indietro e immergersi nel clima incandescente di quei mesi, quando la speranza di un'Italia unita sotto l'egida di un Papa "liberale" svanì, lasciando spazio all'orgoglio indomabile di un popolo deciso a difendere a costo della vita la propria terra.

Parte I: Bologna nel Fervore del 1848 e l'Illuso Sogno Neo-Guelfo

All'inizio del 1848, l'atmosfera sotto i portici bolognesi era elettrica. L'elezione al soglio pontificio di Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti) nel 1846 aveva acceso un entusiasmo irrefrenabile. Con i suoi primi atti di amnistia per i reati politici e l'istituzione della Guardia Civica, il nuovo Pontefice era stato acclamato come il condottiero ideale del movimento risorgimentale, incarnando l'ipotesi neo-guelfa teorizzata da Vincenzo Gioberti: un'Italia confederata sotto la presidenza del Papa.

A Bologna, i caffè storici – come il Caffè dei Cacciatori o il Caffè d'Italia – erano divenuti fucine di dibattito e fermento politico. Gli studenti dell'Ateneo, i borghesi illuminati, ma soprattutto il popolino dei rioni popolari (come il Pratello o San Vitale) intrecciavano tricolori, cantavano inni patriottici e si arruolavano volontari.

Quando nel marzo del 1848 Milano insorse nelle gloriose Cinque Giornate e Carlo Alberto di Savoia dichiarò guerra all'Austria dando inizio alla Prima Guerra d'Indipendenza, Bologna rispose con un'ondata spontanea di partecipazione. Migliaia di giovani bolognesi, affiancati dai militi della Guardia Civica e guidati da figure carismatiche come il barnabita padre Ugo Bassi – il celebre frate predicatore dal cuore garibaldino – partirono verso il Nord per aggregarsi al corpo di spedizione pontificio comandato dal generale Giovanni Durando.

Tuttavia, l'incantesimo era destinato a spezzarsi drammaticamente. Il 29 aprile 1848, con la famosa allocuzione Non semel, Pio IX dichiarò l'impossibilità per il Papa di muovere guerra a una grande potenza cattolica come l'Austria. Fu la doccia fredda che frantumò il sogno neo-guelfo. I volontari bolognesi si trovarono improvvisamente sconfessati dal proprio sovrano spirituale e politico, ma non desistettero: continuarono a combattere al fronte, battendosi valorosamente a Cornuda e nella difesa di Vicenza.

Parte II: La Morsa Austriaca e l'Arroganza del Generale von Welden

Dopo la dura sconfitta delle truppe pontificie a Vicenza in giugno e la successiva battuta d'arresto dell'esercito sabaudo a Custoza a fine luglio, l'esercito austriaco comandato dal maresciallo Radetzky riprese saldamente l'iniziativa in tutto il Nord Italia.

L'imperatore d'Austria non intendeva soltanto reprimere la Lombardia e il Veneto, ma voleva infliggere una lezione esemplare ai territori dello Stato Pontificio, punendo il fermento rivoluzionario dell'Emilia e della Romagna. A condurre l'operazione fu inviato il generale Ludwig von Welden, comandante delle forze austriache di occupazione nel Veneto.

Welden varcò il Po alla testa di una colonna di oltre 6.000 soldati ben addestrati, dotati di cavalleria e pezzi d'artiglieria campale. Il suo obiettivo apparente era quello di inseguire i corpi di volontari e disarmare le popolazioni; il suo scopo reale era imporre una dura occupazione militare a Bologna, soffocando ogni afflato patriottico e dimostrando chi fosse il vero padrone della penisola.

Il 4 agosto 1848 le avanguardie austriache si fermarono alle porte della città. Welden pretese la resa immediata, la consegna delle armi, lo scioglimento della Guardia Civica e la sottomissione della municipalità.

Il Pro-Legato pontificio di Bologna, il cardinale Luigi Amat di San Filippo e Sorso, trovatosi in una posizione d'estrema debolezza politica e militare, cercò disperatamente la via della mediazione diplomatica per evitare il saccheggio e lo spargimento di sangue. Ma la popolazione bolognese di cedere non ne voleva proprio sapere. I contadini delle campagne circostanti affluivano in città portando notizie sui soprusi e le ruberie commesse dai soldati imperiali durante la marcia; l'odio verso la divisa bianca asburgica crebbe di ora in ora fino a raggiungere il punto di ebollizione.

Parte III: 8 Agosto 1848 – L'Insurrezione di Popolo e la Battaglia della Montagnola

La tensione accumulata esplose nella calda mattinata dell'8 agosto 1848.

Gli austriaci avevano occupato i punti strategici esterni, installando il proprio quartier generale e l'accampamento principale nella zona a nord della città, attorno al parco della Montagnola e presso le porte San Felice, Galliera e Lame. Alcuni distaccamenti di soldati imperiali si spinsero fin dentro il centro urbano, palesando un atteggiamento provocatorio nei confronti dei cittadini.

La scintilla scoccò intorno al mezzogiorno presso l'Osteria della Scaletta, vicino a Porta Galliera. Un diverbio tra alcuni soldati austriaci alticci e dei popolani bolognesi trascese rapidamente in scontro fisico. Un ufficiale austriaco cercò di arrestare un cittadino; le grida d'aiuto richiamarono la folla e in pochi minuti la voce si sparse per i vicoli: "All'armi! Gli austriaci arrestano i nostri!"

Campane a martello cominciarono a suonare da tutte le torri e le chiese di Bologna, a partire dalla torre dell'Arengo e da San Petronio. Il suono cupo e ininterrotto del bronzo chiamò a raccolta l'intera cittadinanza.

Ciò che avvenne nelle ore successive rimase impresso nella memoria storica come un miracolo di partecipazione popolare spontanea. Bologna non disponeva di un esercito regolare: la gran parte delle truppe addestrate era ancora lontana o disarmata. A imbracciare le armi fu la gente comune:

  • I facchini del porto canale e del mercato, uomini di forza erculea abituati alle fatiche più dure;

  • Gli studenti universitari, giovani imbevuti di ideali mazziniani e romantici;

  • I popolani dei rioni borghigiani, che impugnavano vecchi moschetti da caccia, pistole di piccolo calibro, spiedi, forconi e coltelli;

  • Le donne bolognesi, le quali non soltanto rifornivano di munizioni e acqua i combattenti, ma rovesciavano dai balconi sui soldati in marcia mobili, tegole, vasi di fiori e persino olio bollente.

Il generale von Welden, sorpreso da una reazione così violenta e diffusa, ordinò alle sue truppe di bombardare la città e di spingersi con la cavalleria verso il centro. Ma le stradine strette e tortuose dell'impianto medievale bolognese si trasformarono in una trappola mortale per la cavalleria asburgica. Dappertutto sorsero barricate improvvisate con carri ribaltati, botti, travi e materassi.

Il cuore pulsante e drammatico dello scontro fu il parco della Montagnola, la collinetta artificiale posta a ridosso delle mura settentrionali. Lì gli austriaci si erano attestati con l'artiglieria, dominando dall'alto l'accesso alla città.

Sotto un sole cocente e sotto il fuoco dei cannoni nemici, la folla dei bolognesi mosse all'assalto della Montagnola. Guidati dall'impeto di capipopolo improvvisati – tra i quali si distinse la figura leggendaria del popolano Ciriaco Bencivenni, detto "il Forno" – i cittadini scalando i pendii del parco affrontarono i soldati austriaci in un feroce corpo a corpo. La disparità di addestramento fu colmata da un furore disperato: si combatteva baionetta contro coltello, sciabola contro bastone.

Nel tardo pomeriggio, sommersi da un'ondata d'urto inarrestabile e con le munizioni in via d'esaurimento, le truppe imperiali cedettero di schianto. Il generale von Welden, temendo l'erogazione di un vero e proprio massacro per le sue forze e vedendo salire l'insurrezione anche dalle campagne circostanti (con i contadini che accorrevano armati verso la città), fu costretto a ordinare la ritirata generale.

Gli austriaci abbandonarono precipitosamente il parco della Montagnola, lasciando sul campo decine di morti, centinaia di feriti, cannoni, cavalli e stendardi. Fuggirono oltre il fiume Reno e poi al di là del Po, abbandonando il territorio bolognese. La città era libera.

Parte IV: Il Significato Politico e la Memoria dell'Otto Agosto

La cacciata degli austriaci da Bologna – la cosiddetta "Sponsata" o sgombrata delle truppe imperiali – rappresentò uno dei rari trionfi netti della Prima Guerra d'Indipendenza. Mentre altrove le forze sovrane cedevano il passo al ritorno dell'assolutismo, Bologna dimostrò che la volontà irriducibile di un popolo organizzato poteva piegare la più temuta macchina bellica d'Europa.

Le perdite bolognesi furono pesanti: circa sessanta caduti e oltre un centinaio di feriti. Ma l'orgoglio per quell'impresa travalicò immediatamente i confini dell'Emilia, diventando un simbolo nazionale di riscatto e dignità.

La vittoria dell'8 agosto ebbe immediate conseguenze politiche:

  1. Dimostrazione di Autonomia: Il popolo bolognese chiarì di non essere una mera massa di sudditi obbedienti alla Santa Sede, ma una comunità matura dotata di una chiara identità patrio-risorgimentale.

  2. Reputazione Internazionale: La notizia dell'insurrezione bolognese fece il giro delle cancellerie europee, smentendo la propaganda austriaca che descriveva i moti italiani come meri disordini provocati da pochi agitatori professionisti.

  3. Il Seme della Repubblica: L'energia popolare sprigionata nell'agosto del '48 pose le basi psicologiche per la successiva adesione di Bologna e delle Legazioni alla Repubblica Romana del 1849, quando la città resistette nuovamente a un lungo e tragico assedio austriaco nel maggio successivo.

Conclusione: Il Respiro dell'Eredità Risorgimentale

Oggi, chi passeggia per Bologna non può fare a meno di imbattersi nei segni tangibili di quella giornata d'agosto. La grande piazza antistante il parco della Montagnola si chiama proprio Piazza dell'Otto Agosto. Al centro del parco si erge il maestoso monumento bronzeo eretto nel 1803 dallo scultore Pasquale Rizzoli, noto a tutti i bolognesi come "Il Popolano": la statua raffigura un giovane cittadino che, con la testa alta e il braccio teso, calpesta le catene spezzate e tiene in mano il vessillo della libertà.

L'insegnamento che la vicenda dell'8 agosto 1848 ci trasmette va ben oltre la pura cronaca militare. Ci parla della capacità di una comunità di compattarsi al di là delle differenze sociali, economiche o culturali di fronte all'ingiustizia e all'oppressione. Il nobile e il facchino, lo studente e l'artigiano combatterono spalla a spalla sulla Montagnola, accumunati da un'unica idea di patria e di dignità collettiva.

È questa la storia viva che ci piace raccontare ed esplorare insieme a voi: non una fredda sequenza di date e trattati, ma un racconto vibrante di passione, coraggio e umanità.

Un Pensiero per Voi

Caro amico della storia patria, dopo aver ripercorso insieme l'epica giornata dell'8 agosto 1848 e il ruolo coraggioso di Bologna nel Quarantotto, c'è un aspetto in particolare che stimola la tua curiosità?

Preferiresti approfondire le figure eroiche di quell'epoca – come il martire barnabita Ugo Bassi – oppure ti piacerebbe esplorare l'evoluzione degli eventi del 1849 con la nascita e la drammatica caduta della Repubblica Romana?

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